CORONAVIRUS COVID-19: SÌ ALLO STUDIO SULL’UOMO NO AI TEST SU ANIMALI

[di Mirta Baiamonte, PhD, referente scientifico di LEAL]

I coronavirus sono una famiglia di virus a RNA o retrovirus. Questo significa che le sue informazioni genetiche sono contenute non nel DNA ma nell’RNA (acido ribonucleico a un solo filamento). Il loro patrimonio genetico è il più esteso tra tutti i virus conosciuti.
Come tutti i virus, hanno bisogno di una cellula ospite per poter replicare il proprio genoma e moltiplicarsi.
Sono dei virus incapsulati, cioè hanno una membrana esterna che li ricopre e li protegge. Su questa membrana ci sono delle escrescenze che fanno somigliare questi virus, appunto, a una corona. Queste escrescenze si chiamano peplomeri e servono per il movimento.
I coronavirus sono responsabili di moltissime patologie dell’apparato respiratorio. Nella maggior parte dei casi, attaccano le alte vie aeree, come il naso e la gola. In pochi casi danneggiano anche le vie respiratorie più profonde, come i polmoni .
Si calcola che circa il 10-30% dei raffreddori comuni sia causato proprio da questo tipo di virus. Generalmente le malattie che causano non sono particolarmente pericolose, salvo casi come l’epidemia di Sars.
In termini di gestione delle patologie che possono essere causate dai retrovirus, ovviamente la prevenzione è come sempre il primo dato da porre all’attenzione dei cittadini, lavorando con notevoli mesi di anticipo, a volte anche tutto l’anno, per innalzare le difese immunitarie in modo costante, così da abbassare notevolmente la percentuale di possibilità di contrarre la malattia da essi causata.
È necessario tenere in considerazione che il tasso di incidenza di eventuali patologie causate dai retrovirus varia in base alla differenza di sesso, poiché l’uomo è maggiormente soggetto a patologie cardio-respiratorie, mentre la donna è maggiormente protetta per differente assetto ormonale, a causa dell’alto livello di estrogeni.
Anche nell’ambito del coronavirus (Covid-19), come nel caso di retrovirus influenzali precedenti, frutto di mutazioni differenti, si pone sul tavolo il problema se concentrare gli sforzi della ricerca sul vaccino, o sul farmaco antivirale.
I vaccini antivirali possono essere costituiti da virus uccisi (inattivati), attenuati (hanno mantenuto la capacità di replicarsi ma perso buona parte del potenziale patogeno) oppure da sub-unità virali (i vaccini di nuova generazione sono formati, ad esempio, da proteine del pericapside virale, capaci di stimolare l’immunità passiva).
I farmaci antivirali hanno una funzione assolutamente differente: i virus non sono batteri, motivo per cui gli antibiotici sono inefficaci contro le infezioni virali.
Esistono farmaci antivirali che solitamente sono citotossici e come tali lesivi sia per il virus che per la cellula. La ricerca di un principio attivo antivirale deve quindi basarsi sull’interazione del farmaco con specifiche tappe della replicazione virale; può ad esempio agire sulla penetrazione cellulare del virus, sulla replicazione del suo genoma, sulla sintesi proteica oppure sull’uscita dei nuovi virus dalla cellula ospite. Gli antivirali più diffusi agiscono sulla replicazione del genoma virale, quindi sui sistemi enzimatici, come le polimerasi, coinvolti in questa fase.
Le cellule del corpo umano si difendono dai virus tramite il rilascio di interferoni (α, β e γ) prodotti da linfociti, macrofagi, monociti e cellule Natural Killer. Quando una cellula viene infettata da un virus reagisce producendo interferone, sostanza che non ha azione antivirale diretta ma induce nelle cellule sane e infettate uno stato antivirale che le prepara all’infezione. L’interferone, interagendo con specifici recettori, induce la sintesi di particolari proteine grazie all’attivazione di geni silenti; una volta attivate, tali proteine favoriscono in parte la degradazione degli RNA messaggeri del virus ed in parte inibiscono la sintesi delle proteine virali. L’uso quindi di antivirali potrebbe essere una valida alternativa al vaccino.
Sicuramente risulta opportuno valutare entrambi gli approcci, ma considerando esclusivamente la sperimentazione sull’uomo, e non certo valutando di inoculare il virus su specie animali differenti dall’uomo, come si sta già iniziando a fare (vedi anche in Australia sui topi), essendo i retrovirus assolutamente specie-specifici su tessuti ed organi.
Infatti nell’ambito del ceppo coronavirus, i coronavirus gatto, cane o altre specie, sono del tutto differenti dal coronavirus umano, e quindi differiscono in modo radicale dall’attuale Covid-19.
Il coronavirus ad esempio del gatto è molto comune, spesso asintomatico e si trasmette tra gatto e gatto per via fecale, per citarne un esempio in ambito di specie differente.
Pertanto sottolineiamo in modo serio la necessità di studio dell’attuale Covid-19 esclusivamente sull’uomo sia nella direzione eventuale vaccino sia nella direzione di un mirato antivirale.
In USA, a Seattle sono proiettati sulle nuove frontiere della ricerca che noi sosteniamo da anni. Dal Kaiser Permanente Washington Institute di Seattle potrebbero arrivare, a breve, le prime indicazioni sul vaccino che fermerà il coronavirus. La Associated Press ha rivelato che gli esperti che lavorano presso l’Istituto sono pronti a iniziare una fase sperimentale che coinvolge direttamente l’essere umano. Al via la sperimentazione umana per la ricerca di un vaccino contro il coronavirus. Succede a Seattle, dove il NIH e la Moderna Inc. hanno preparato alcune dosi di un vaccino sperimentale che non contiene il Covid-19. Non c’è rischio d’infezione, dunque, per i pazienti che si sottoporranno all’esperimento: si tratta di un test che dovrà valutare l’insorgere di effetti collaterali preoccupanti. Superata questa prima fase di studio si passerà a una seconda, più approfondita. Nell’ambito del farmaco antivirale, vista la tipologia di azione del farmaco sul virus, sarebbe altrettanto opportuno creare il principio attivo studiando sull’uomo.
Attualmente si parla di applicazione clinica del farmaco utilizzato in passato per il virus Ebola, il Remdesivir.
In base al successo contro altre infezioni da coronavirus, Gilead ha fornito Remdesivir ai medici che hanno curato un paziente americano nella Contea di Snohomish (Washington), infettati dal Sars-CoV-2 e stanno fornendo il composto alla Cina, per condurre un paio di studi su individui infetti con e senza sintomi gravi.


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