Cibo e psiche

Se il veganesimo sia progetto di vita, splendida utopia, o solo atto di disperata denuncia è la nostra mente a pensarlo e saranno i giorni di un lontano futuro a decretarlo. Di certo l’ideale di un mondo nuovo, capace di vedere tutti gli animali affrancati dall’asservimento e dal dolore, non può che incentrarsi prima di tutto e sopra tutto sul cibo: perché è intorno ad esso che si accumula la massima parte del nostro personale e diretto apporto alla grande questione degli animali. Animali che mangiamo, disinteressandoci del prezzo di sofferenza che imponiamo loro, minimizzandolo o negandolo, se mai giustificandolo come imprescindibile, sempre assolvendoci. Anime belle quali siamo, al di là delle tante parole di amore per gli animali, a tavola diventiamo tanto spesso corresponsabili di una crudeltà da cui pure ci affermiamo e ci consideriamo lontani anni luce.

Siamo grati ad Annamaria Manzoni, psicologa e scrittrice fortemente impegnata nella questione animale, che si è resa disponibile a collaborare con LEAL firmando un nuovo articolo di una serie di contributi periodici.

Focalizzando il problema della violenza sugli animali non umani sul “mangiar carne”, si va diritti al cuore della questione perché grandissima parte di tale violenza non è agita da persone sadiche e malvagie, ma è consentita e supportata da quelle “normali”, per bene, che con il proprio stile di vita, e quindi anche la propria alimentazione, sono la causa del martirio quotidiano di uno sconfinato numero di loro. Il mangiar carne è chiaro esempio di quella banalità del male, che proprio in quanto banale viene accettata nella sua pretesa normalità, disconosciuta nella sua portata e nelle sue conseguenze.

È in effetti nel campo dell’alimentazione che vengono compiuti i crimini peggiori in termini di reiterazione e di numero di vittime: perché gli animali nel mondo vengono mangiati dalla stragrande maggioranza della popolazione, da molti tutti i giorni, da alcuni più volte al giorno: unico limite i condizionamenti economici. E questo nonostante sia possibile, facile, sensato, oltreché imperativo morale, nutrirci d’altro.

Molte osservazioni si affastellano nel cercare il bandolo della matassa di comportamenti che coinvolgono popolazioni per altri versi tanto lontane le une dalle altre come lo possono essere quelle che popolano il mondo occidentale e i Paesi poveri o cosiddetti emergenti, quelli separati da convinzioni religiose apparentemente distanzianti, Paesi in pace e Paesi in guerra: tutti uniti per una volta, al di là di ogni diversità, dalla ostinata convinzione che gli animali sono lì giusto per essere da noi mangiati. “Il diritto di uccidere un cervo o una mucca è l’unica cosa sulla quale l’intera umanità sia francamente concorde, anche nel corso delle guerre più sanguinose” osserva Milan Kundera.

Nutrirsi è azione necessaria, ma da sempre uscita dai confini della necessità per invadere quelli del piacere: non è certo un caso che la gola appaia tra i sette peccati capitali, quei “vizi” considerati tra le dannazioni che ci affliggono, quelli che riguardano la profondità della natura umana e contengono la possibilità di originare ricadute in altri ambiti .

Il cibo, non appena ci si allontana da tempi e da Paesi dove è destinato alla pura sopravvivenza, va ad occupare immediatamente l’area di comportamenti che perdono il loro senso originario e parlano piuttosto di sregolatezza, piacere, impulsi incontrollati. Comportamenti ben poco nobili nelle loro manifestazioni, tanto che Dante riteneva i golosi degni di un girone infernale, il settimo, in cui li condannava a terra, faccia in giù a mordere il fango, tormentati da una pioggia incessante.

cibo_veganL’atto del nutrirsi è sempre contaminato da altre dimensioni: contiene valenze fortemente simboliche, intrecciate a sensazioni ed esperienze con cui si confonde perdendo la sua originale essenzialità. È uno dei primi scambi mamma/bambino, momento che, teso alla sopravvivenza, subito si colora di emozioni e sensazioni. L’attenzione per il nutrimento spesso rimane prioritaria per tutta la vita nei pensieri materni: “Hai mangiato?” è domanda che include e veicola preoccupazioni materne per figli da tanto tempo adulti: segno che il cibo mantiene valenze simboliche capaci di oltrepassare la concretezza e la logica della realtà. Non stupisce che Vivien Lamarque, per tutta la vita alla ricerca del legame spezzato con la propria madre, che a nove mesi la lasciò adottare da altri, invochi “Prendimi a cuore. Dimmi di mangiare”.

Mangiare insieme è atto sociale, che non siamo disposti a condividere con chiunque, tendenza ben fotografata dall’espressione non aver mai mangiato nello stesso piatto, atta a sottolineare l’estraneità rispetto a qualcuno, estraneità che sarebbe interrotta dalla condivisione di uno stesso momento alimentare, che renderebbe l’altro un compagno, temine, giova ricordarlo, la cui etimologia rimanda proprio a cum-panis, a chi condivide cioè lo stesso pane. Perché quello della tavola è il luogo della fraternità e della condivisione: mangiare nello stesso piatto è sinonimo di spartizione di atteggiamenti e pensieri; aggiungere un posto a tavola è segnale di ospitalità profonda. Roberto Saviano ricorda che il boss Morabito il Tiradritto, arrestato nel 2004, quando gli fu offerto un panino prima di essere portato in carcere, mentre era in caserma tra magistrati e carabinieri, si alzò dal tavolo e andò a mangiarlo faccia al muro: “Non si divide la tavola con chi non si riconosce”.

E che dire dell’affezione per i cibi dell’infanzia che emerge con la forza di ricordi incontenibili, a cui Proust (Alla ricerca del tempo perduto) è stato in grado di attribuire la nobiltà di passi divenuti patrimonio letterario: “Portai alle labbra un cucchiaino di tè, in cui avevo inzuppato un pezzo di madeleine. Ma nel momento stesso che quel sorso misto a briciole di focaccia toccò il mio palato, attento a quanto avveniva in me di straordinario. Un piacere delizioso mi aveva invaso… sentivo che era legato al piacere del te e della focaccia, ma la sorpassava incommensurabilmente. Da dove veniva? Che significava? Dove afferrarla?”: quel sapore è veicolo di memorie per Proust, perché ad un tratto diventa chiaro che è quello della madeleine della domenica mattina che la zia Léonie offriva a lui bambino, tanti anni prima, dopo la messa, intinto nel tè.

Quale potere evocativo intriso nella memoria, quali esperienze cablate nel fondo dell’anima traghettate da un cibo! Anche noi, comuni mortali senza la capacità di sublimare in righe indimenticabili le nostre sensazioni, tante volte abbiamo sperimentato il riemergere dal passato di situazioni, volti ed esperienze richiamate dal sapore, dal profumo, dall’aspetto di un cibo della nostra infanzia, che ci riporta nello spazio di una cucina a cui non avevamo più ripensato, di una situazione che pensavamo morta.

Struggente la descrizione di John Fante della cucina di sua madre: “Il vero regno di mia madre, l’antro caldo della strega buona… un piccolo mondo venti per venti: l’altare erano i fornelli, il cerchio magico una tovaglia a quadretti dove i figli si nutrivano, quei vecchi bambini richiamati a propri inizi, col sapore del latte della mamma che ancora ne pervadeva i ricordi, e il suo profumo nelle narici, gli occhi luccicanti, e il mondo cattivo che si perdeva in lontananza mentre la vecchia madre-strega proteggeva la sua covata dai lupi di fuori” (John Fante, La confraternita dell’uva).

Cibi dell’infanzia che, se per alcuni sono ricordi magari intensi di un momento, diventano ancoraggi esistenziali per chi è costretto a lasciare il proprio paese per terre spesso inospitali e lontane; e allora riempiono con il profumo delle spezie o con odori intensi, che solo all’olfatto degli estranei sono privi di dolcezza, la straniazione di luoghi restii ad accettarli. Molto più superficialmente e ai limiti del ridicolo, ricerca puerile per viaggiatori vacanzieri in crisi di astinenza per i gusti di casa propria, spaghetti al pomodoro o caffè ristretto, che assumono i contorni di oggetti del desiderio e con quella casa costruiscono un ponte ideale ed immediato: spaesamento e lontananza si annullano.

È l’ambito dell’alimentazione che dà voce e forma a disturbi mentali: abbuffate bulimiche di cibo, rifiuti anoressici al suo consumo, disordini di ogni tipo sono la punta dell’iceberg di disagi profondi che trovano nella modalità di nutrirsi o di non farlo una strada espressiva.

Pagine scritte da Tolstoj oltre cento anni fa continuano a non farci onore, grazie alla pregnanza che mantengono oggi: “Non c’è una solennità, un avvenimento gioioso, un’inaugurazione, che trascorre senza un banchetto. Osservate la gente che viaggia, ciò risulta ancor più evidente. I musei, il parlamento, le biblioteche come sono interessanti!… E dove mangeremo? Dov’è che si mangia meglio?” (Lev Tolstoj, Contro la caccia e il mangiar carne): scritto nel 1895, ma sembra questa mattina.

Insomma è ovvio che intorno alla tematica del cibo, con la profondità di contenuti che ad esso sono legati e da esso sollevati, si gioca una partita fondamentale che è anche psicologica ed esistenziale e anche per questo raggiunge le dimensioni stratosferiche del business che alimenta. Quello che succede in tutto ciò è che a scomparire nel mare magnum di bisogni, significati, simbolismi, impulsi e desideri sono coloro che ne pagano un prezzo incommensurabile: gli animali. Sono loro quindi che vanno fatti riemergere, vanno visti e riconosciuti come le vittime innocenti e senza peccato, devono riassumere la corporeità che a loro attiene e che sembra invece agli occhi di molti invisibile ed evanescente. Perché di solito di tutto ci si occupa in relazione al cibo, tranne che della sua essenza quando è vita animale.

Con tutto questo dobbiamo fare i conti quando ci occupiamo di veganesimo, che non è uno stile alimentare, ma è ideologia di vita. Sarebbe bello, e anche doveroso, che l’etica del rispetto e della nonviolenza da sola fosse sufficiente a ribaltare le consuetudini che investono tutti i nostri comportamenti quotidiani; che l’empatia verso gli animali giocasse da sola la partita del nostro rapporto con loro; che un elementare senso di giustizia bypassasse ogni altra pulsione. Sarebbe bello, e anche doveroso: i numeri però raccontano un’altra storia, quella di una per ora assolutamente esigua minoranza di persone che hanno deciso e sono state in grado di fare scelte conseguenti.

Moltissimo resta da fare affinché una consapevolezza diversa si vada diffondendo: la consapevolezza, da trasformare in responsabilità, che nella stratosferica lotta per i diritti animali, il campo dell’alimentazione è quello in cui ognuno di noi, oggi stesso, può apportare un personale e fondamentale contributo, spostando il focus dell’interesse dalla propria pancia e dalla propria testa e dal proprio cuore a quelli speculari degli altri animali. Decidendo una volta per tutte in quale mondo vogliamo vivere.

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