NON erano animali da affezione.

Beagles trattati come oggetti, senza identità. Riportiamo alcuni stralci dalle dichiarazioni degli imputati. “I cani di Green hill erano trattati bene, come animali “NON” d’affezione. Ci dicevano che NON erano animali da affezione.”
“Avevamo avuto delle riunioni per discutere del modo di arricchire i box e alla fine era stato deciso di mettere dei giochi per i cuccioli. Quale gioco? Una palla”….
“Ci riunivamo anche per decidere altre migliorie, ad esempio la lettiera più assorbente.”
“Per la socializzazione dei cuccioli li prendevo uno per uno, gli infilavo il pollice in bocca per verificare il palato, lo stendevo sulla schiena sul tavolo, poi lo mettevo su un’amaca di gomma per il tempo che prendevo un altro cucciolo sul tavolo. Tutto il processo di socializzazione durava qualche minuto per cucciolo.”
(dalla deposizione di un tecnico laureato in agraria addetto alla socializzazione dei cuccioli)

Altro teste, DOMANDA: “Come riconoscevate i cani? ” RISPOSTA: ” Ogni box aveva un cartellino con scritto il numero dei cuccioli, le fattrici si riconoscevano facilmente.” DOMANDA: ” In caso di decesso come avveniva l’identificazione?” RISPOSTA: “Nel cartellino era scritto ad esempio fattrice con 3 maschi e 2 femmine. Se un cucciolo moriva era uno dei maschi oppure una delle femmine.”

26 novembre 2014-Terza udienza del processo Green Hill al Palazzo di Giustizia di Brescia. Erano presenti i quattro imputati che sono stati ascoltati dai giudici. Bernard Gotti, Ghislane Rondot e Roberto Bravi hanno reso una dichiarazione spontanea, il veterinario Renzo Graziosi ha risposte alle domande della difesa, del pubblico ministero e dei giudici. I quattro imputati hanno respinto ogni accusa dichiarando di fatto di aver sempre rispettato le normative.


 CATEGORIE  LEAL informa |

Lascia un commento

Vuoi lasciare un commento a questo articolo?