La tragedia delle vacche in India

La tragedia delle vacche in India di Giovanna Tarquinio

Da alcuni anni la PETA (People for the Ethical Treatment of Animals) è impegnata sul fronte del trattamento degli animali nei paesi asiatici. L’India, ad esempio. Terra sempre descritta da immagini piene di spiritualità, di profumi intensi e di colori. Assai lontana, ormai, da una realtà ben diversa dall’idea che ci siamo fatti. Ciò vale, in special modo, per chi non l’ha mai visitata. Quante volte abbiamo visto in filmati e documentari bovini vagare per le strade polverose fra la gente, riveriti e ornati di ghirlande fiorite, segno del rispetto da parte degli Indu o Jains, seguaci di una religione non braminica caratterizzata da una cultura non-violenta? Ma questi animali, ritenuti sacri, non godono di vita facile. Torelli scheletrici, infatti, trainano carretti stracarichi di merci respirando i fumi dei diesel, sotto un sole bruciante. A volte, crollano sotto i loro fardelli e i conduttori li bastonano per farli rialzare e costringerli ad avanzare a fatica, inciampando in quel caos infernale. Oggi, a causa dell’influenza occidentale, del richiamo alla modernizzazione, al profitto e a nuove aspettative di vita, tutti gli insegnamenti “gandhiani” sono purtroppo svaniti. Un volontario della PETA, tornato dal suo viaggio conoscitivo, ha scoperto un fiorente commercio di carne e pollame: una vera e propria carneficina, operata attraverso percosse che provocano la rottura delle ossa; per non parlare della sete, della fame e del terrore, inflitti a quelle che un tempo erano considerate creature da rispettare. Indu, musulmani, cristiani, jains: sono tutti colpevoli del crimine quotidiano commesso nei confronti di questi disgraziati animali, perché il loro unico interesse è il florido commercio di carne e pellame da vendere ovunque: Asia, Australia, Medio Oriente, Europa, America. Pellame e cuoio da trasformare in oggetti, capi d’abbigliamento, borse e quant’altro da vendere nei mercati e nei negozi. A buon prezzo.

 

Animali gentili

Le vacche indiane, caratterizzate dalle lunghe corna ricurve, vivono con la gente. E nonostante la grande mole, sono mansuete e gentili come possono essere gli animali domestici. Il reporter della PETA racconta di essersi avvicinato ad alcuni tori che avrebbero potuto schiacciarlo fra le loro grandi teste o calpestarlo coi loro zoccoli. Invece si sono limitati a guardarlo curiosi, quasi volessero chiedergli: «Ciao, chi sei?». Un giorno, mentre camminava per una stradina lurida, ha visto un toro che era salito su due gradini di un’abitazione e se ne stava lì, mezzo dentro e mezzo fuori da una casa, ad osservare gli umani che si affaccendavano. Dopo una ventina di minuti, ripassando, aveva notato che era ancora là: bloccava l’ingresso dell’abitazione, godendosi la compagnia della sua gente.

Ma quando gli animali cessano di essere utili all’uomo, eccoli messi all’asta: settimanalmente, nel mercato del bestiame a Tamil Nadu, nel sud dell’India. Qui, alcune migliaia di manzi e vacche ammassati in modo inverosimile, legati con corde nelle narici, si trovano smarriti e confusi sotto un sole cocente, senza acqua né un filo d’ombra, per ore e ore. Un pullulare di uomini urla, si agita, litiga su quante rupie spendere o quanto valgono gli animali. Gli acquirenti, musulmani e cristiani, acquistano il bestiame che viene trasportato nei macelli. Le vacche, terrorizzate, non comprendono le ragioni per cui sono state allontanate dalle case dove avevano vissuto serenamente. Molte di loro sono vecchie, emaciate, malate. Corpi scheletrici con le teste ciondolanti. Segni sanguinanti sui corpi: frutto delle percosse inferte dagli uomini che le hanno condotte all’asta. Uno spettacolo straziante. Ma ancora più terribili sono le corde che vengono continuamente torte, ritorte, strattonate senza alcun riguardo né pietà per quelle povere creature che a stento stanno in piedi, doloranti alle articolazioni delle zampe gonfie. Spezzate da quelle corde.

 

Le marce della morte

In molti stati dell’India è illegale macellare le vacche. Così, si cerca di condurle al confine con il Pakistan (dove è permesso) attraverso una folle marcia fra strade roventi e polverose; percorrendo centinaia di chilometri fino a raggiungere località segrete e ammassarle su camion. Destinazione macello. Un viaggio orribile. Alle vacche, infatti, non è consentito bere né riposarsi. Per farle camminare, vengono continuamente percosse sui fianchi dove non c’è grasso che possa ammorbidire i colpi. Affamate, assetate, zoppe, malate, in molte crollano sulle ginocchia. Ma i conduttori continuano a picchiarle selvaggiamente per obbligarle ad alzarsi. Se tutto ciò non funziona, strofinano i loro occhi con peperoncino o tabacco.

Il volontario della PETA, che ha documentato questi orrori, ha cullato fra le braccia la grande testa di un vecchio toro e gli ha delicatamente pulito gli occhi nel tentativo di alleviargli il dolore. Ma quella povera creatura aveva un’anca rotta; e per quanto potesse sforzarsi, era impossibilitato a muoversi.

Tutto questo, di solito, avviene nel cuore della notte. I camion possono caricare 5 o 6 animali: invece, ne vengono stipati 15, 20, addirittura 30 su un solo mezzo. Le vacche, non trovando posto, arrivano ad arrampicarsi l’una sull’altra calpestandosi, ferendosi con le lunghe corna, strappandosi l’anello dal naso.

 

Il macello crudele

Quando il volontario visita il macello di Bombay, la temperatura è già infernale alle 10 del mattino. Tra sciami di mosche e pozze di sangue coagulato, una dozzina di vacche giace sul terreno. Alcune di esse appoggia la testa sui corpi di altri animali, cercando in quel maleodorante recinto un po’ di sollievo. Inutilmente. Il loro terrore lo si percepisce nell’aria, intrisa del tanfo di sangue e sudore. Si guardano attorno con gli occhi supplicanti, sperando in un po’ d’acqua o nel conforto di un poco d’ombra. Nulla di tutto ciò.

Benchè il veterinario si sia accorto di tanta sofferenza, fa finta di nulla. Le vacche vengono legate 4 a 4, bastonate, gettate a terra su un fianco. Poiché la loro carne viene venduta ai paesi musulmani, si pratica la macellazione “halal” che secondo la fede e le leggi richiede che gli animali vengano trattati con dolcezza prima di essere sgozzati. I macellai, però, segano il loro collo avanti e indietro con coltelli smussati e non affilati. E gli animali, pienamente coscienti, muoiono dissanguati fra lente, atroci sofferenze. Fotografie scattate dalla PETA, documentano che vengono squartati uno di fianco all’altro fra urla, sangue e terrore di quelli ancora vivi.

È orrendo ciò che avviene in India ma anche in Malesia, Pakistan e in tutti gli Stati arabi. In più, chiunque si nutra di questa carne o acquisti cuoio in Europa o in America, incrementa il commercio ed è artefice consapevole di questa immane crudeltà.

Anche in Italia stanno aumentando le macellerie musulmane di bovini, ovini e pollame: ovviamente macellati con il rito “halah”. Se i musulmani fossero dotati di un minimo d’empatia e si mostrassero compassionevoli verso gli animali, si renderebbero conto di quanta crudeltà assurda, irragionevole e ingiustificabile è piena la carne che mettono nei loro piatti.

Ma cosa possiamo fare per non essere coinvolti in questo mercato dell’orrore? Possiamo intanto non acquistare accessori e prodotti fatti con il cuoio, scegliendo invece scarpe, borse e cinture realizzate in eco-pelle, d’ottima fattura e qualità, senza dover rinunciare al buon gusto. Avremo fatto una scelta consapevole e meritoria. Inoltre, le associazioni animaliste sono in grado di suggerire dove indirizzare i nostri acquisti, oltre a segnalare i relativi siti Internet.

(fonte dell’articolo: Peta’s Animals)

 

 

 


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