Esperimenti Usa su cani e gatti randagi. Non funzionano, ma l’Europa li copia

Trovatelli, randagi, abbandonati, persi, venduti. Secondo un comitato di esperti nominato dall’Accademia nazionale delle Scienze degli Stati Uniti queste categorie di cani e gatti, raggruppati sotto il nome di “random source animals” sono più che mai utilizzati – e pertanto “indispensabili” – nella sperimentazione biomedica e tossicologica. Dicono proprio così: indispensabili. La fonte è un rapporto intitolato Problemi scientifici e umani relativi all’uso di cani e gatti non allevati nella ricerca (Scientific and Humane Issues in the Use of Random Source Dog and Cats in Research) datato 2009, che fa il punto su una pratica che negli Usa non fa troppo scalpore (è consentita da sempre) e che la Direttiva sulla vivisezione votata a Strasburgo due anni fa sta per rendere legale anche nei 27 paesi dell’Unione Europea.

Fa così orrore questa prospettiva, e risulta così intollerabile al pubblico, che gli “addetti ai lavori” (leggi: gli sperimentatori su animali) sono costretti a negare l’evidenza. Pochi giorni fa, il 24 luglio, il quotidiano la Repubblica ha pubblicato l’ennesima smentita, per voce del coordinatore della ricerca dell’Istituto Mario Negri di Bergamo: “La sperimentazione sui randagi non si pratica in alcuno stabulario del mondo”, ha dichiarato Giuseppe Remuzzi, con fare rassicurante. Ma il rapporto americano che abbiamo sotto gli occhi non solo descrive in largo e in lungo il fenomeno: scende anche nei dettagli e riporta le giustificazioni addotte dagli sperimentatori stessi.

Per chi ama utilizzarli, cani e gatti randagi presenterebbero il vantaggio di essere cresciuti in un contesto normale, affrontando malattie e problemi che li hanno resi per certi aspetti «più simili all’uomo» di quanto non siano i cani d’allevamento come per esempio i Beagle di Green Hill. Inoltre, l’aver familiarizzato, magari per anni, con gli esseri umani li rende più disponibili ad affrontare anche prove durissime in pieno stato di coscienza. E poco importa se lo stress a cui questi animali, un tempo liberi e da compagnia, vengono sottoposti è altissimo, se il solo finire in una gabbia può provocare cambiamenti psichici e fisici capaci di alterarne il normale equilibrio e le difese immunitarie, «inficiando la qualità dei risultati scientifici ottenuti da questi animali», come ammettono gli stessi professori nelle pagine finali dello studio contraddicendo quanto sta scritto in un’altra parte del rapporto.

Nei principali paesi dell’Unione Europea la sperimentazione su cani e gatti randagi – finora proibita per legge – è un argomento tabù. In America, dove invece si pratica, e se ne parla apertamente, si sa che i random source utilizzati da università, ospedali ed enti privati rappresentano il 20% del totale di cani e gatti sottoposti a test. Sotto i ferri degli sperimentatori possono finire non soltanto animali randagi dalla nascita, ma anche cani o gatti i che si sono persi e che il padrone non è più riuscito a ritrovare.

Uno dei canali più utilizzati per procurarsi questi esemplari è quello dei procacciatori di animali, figure autorizzate con tanto di licenza federale, chiamati Class B Dealers per distinguerli dai Dealer A, ovvero i grandi allevatori tipo Marshall Biosources e Charles River. Nella grande categoria dei Dealer B (che commerciano soprattutto in animali da compagnia per le famiglie) rientrano anche undici commercianti che comprano e vendono esemplari destinati alla sperimentazione scientifica. Prima ce n’erano molti di più, anche 200, poi c’è stato un calo, non casuale. Già, perché nel 2003 un attivista dell’associazione Last Chance for Animals è riuscito a farsi assumere da uno di loro, un certo C.C. Baird, e ad acquisire 70 ore di riprese delle telecamere di sorveglianza delle strutture in cui erano rinchiusi. Alla vista di animali morenti e malati, non curati, in pessime condizioni sanitarie, la giustizia americana è intervenuta e lo scandalo ha fatto il giro dei media. Anche perché Baird era regolare, nessuno degli enti preposti ai controlli gli aveva mai contestato uno sgarro.

Oggi l’Usda (il Dipartimento dell’agricoltura) dichiara di poter tracciare la provenienza del 95% degli animali posseduti e commerciati dai Dealer B. Ma questo non impedisce il susseguirsi di mini-scandali che hanno per protagonista un cane (o un gatto) smarrito o rubato e poi venduto per la ricerca e magari ritrovato in extremis dal legittimo proprietario. Il rapporto dell’Accademia delle Scienze americana li racconta, ammette che per l’Usda è impossibile dimostrare che un cane sia stato rubato, a meno che non ci sia un testimone oculare, e che secondo i sondaggi gli americani non si fiderebbero a lasciare un animale in un rifugio che vende esemplari per la vivisezione. Eppure di queste strutture ce n’è un gran numero, e se non proprio tutti, moltissimi Stati consentono la vendita ai laboratori di sperimentazione anche per molto poco. In Utah, per esempio, la vita di un cane si compra con 15 dollari (18 euro). Soldi che poi il canile usa per portare avanti l’attività di cura degli animali, una incredibile contraddizione.

Secondo il rapporto americano, i cani randagi risultano particolarmente appetibili agli scienziati che fanno ricerche sui disturbi legati all’età: infatti, trovare un cane randagio vecchio non solo è facile ma costa poco, mentre i cani di allevamento non arrivano quasi mai alla vecchiaia perché crescerli per tanti anni costa troppo, dai 1.400 dollari (1.700 euro) in su, e la prassi è venderli quando ancora sono cuccioli. Lo stesso vale per i gatti, sottoposti a una serie di esperimenti che il rapporto Usa elencate con un freddo taglio scientifico. Ricordare le enormi sofferenze che devono affrontare sarebbe stato controproducente.

A muso duro contro la sperimentazione sui randagi

Nessuno meglio di Chris DeRose sa che cosa succede in un paese che considera legale la sperimentazione su cani e gatti randagi. Ex stella di Hollywood convertitosi alla liberazione degli animali, De Rose combatte da anni contro questa pratica di uso corrente negli Stati Uniti. L’orrore dei cani e dei gatti prelevati dai rifugi o rubati ai legittimi proprietari e quindi venduti ai laboratori di ricerca, DeRose lo ha raccontato in un libro –  A muso duro  (Edizioni Cosmopolis) – che ha fatto il giro del mondo suscitando ovunque sdegno e proteste. Fondatore dell’associazione Last Chance for Animals, Chris DeRose è riuscito a farsi assumere da un commerciante di cuccioli, uno dei famigerati Class B Dealers  (http://www.lcanimal.org/index.php/campaigns/class-b-dealers-and-pet-theft) che tenevano/tengono in stallo centinaia di randagi, anche affamandoli o torturandoli, per poi cederli alla vivisezione. Le sue denunce hanno acceso i riflettori su un giro agghiacciante di maltrattamento animale a opera di persone provviste di regolare licenza federale. Secondo lui, i furti di animali da compagnia negli Stati Uniti raggiungono cifre stratosferiche: anche due milioni di animali all’anno, una parte dei quali viene dirottata verso i test di laboratorio dei centri ospedalieri e universitari.Oggi, dopo tante lotte “a muso duro” e infiniti arresti,  DeRose è relativamente ottimista circa la possibilità di un cambiamento negli Usa: «Ci auguriamo che nel giro di pochi anni possano non esserci più animali da compagnia venduti agli scienziati: anche la comunità medica comincia a schierarsi con noi». L’esatto opposto di quanto sta accadendo in Italia e in Europa. La Direttiva 2010/63/UE che “apre” alla sperimentazione sui cani e gatti randagi, porterà anche da noi gli orrori documentati da De Rose? Quando finirà la vergogna? (nella foto: Chris DeRose, a destra, insieme con l’attivista ‘Pete’ presso gli Studi della Paramount di Los Angeles  alla prima di “Dealing Dogs” , il documentario che racconta le inchieste di Last Chance for Animals sul business dei randagi per la vivisezione. Foto di VinceBucci/Getty Images Entertainment)


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