Animali non umani vivisezione o sperimentazione animale?

[testo di Alfredo Lio] L’utilizzo di animali non-umani (di seguito definiti semplicemente animali o “modelli animali”) nella ricerca avente propositi scientifici è un tema certamente delicato e complesso, ma anche molto sentito dall’opinione pubblica che da sempre si interroga sugli aspetti (anche) etici relativi a questa “ingombrante”, quanto attuale, realtà per non pochi aspetti di rilevanza sociale.

Nel 1959, due accademici britannici, William Russell e Rex Burch, proposero un principio che sarebbe stato nei decenni a venire, fino ai giorni nostri, riferimento ed ispirazione non solo per i membri della comunità scientifica, ma anche per le istituzioni politiche chiamate a legiferare in materia di animali e ricerca. Questo principio è noto come “3R”, ovvero “refinement” (cioè migliorare il test in questione, onde, ad esempio, cagionare all’animale utilizzato quanto meno dolore possibile), “reduction” (cioè ridurre il numero di animali da utilizzare in un determinato protocollo sperimentale) e “replacement” (cioè sostituire definitivamente l’animale vivo per quel particolare tipo di test) [2].

Come detto, le normative vigenti, inclusa la direttiva europea 2010/63 [3], recepita dall’Italia con il decreto legislativo n. 26 del 4 marzo 2014 [4], contemplano le 3R come elemento centrale da tenere in considerazione in riferimento all’utilizzo di animali per fini scientifici.

Discutendo di animali e ricerca, uno dei punti su cui non è affatto raro intravedere la chiara contrapposizione tra contrari da una parte e favorevoli dall’altra è il ricorso ad un certo tipo di terminologia. C’è chi definisce generalmente l’utilizzo di animali in procedure sperimentali potenzialmente stressanti e dolorose come “vivisezione”, chi invece contesta questo termine preferendo invece parlare di “sperimentazione animale”.

Si può senz’altro affermare che con “sperimentazione animale” ci si riferisce per convenzione ad ogni tipo di esperimento condotto con animali non necessariamente doloroso e stressante per l’animale stesso.

Ma cosa significa invece “vivisezione”?

L’Enciclopedia Treccani (Dizionario di Medicina), ad esempio, ne riporta la seguente spiegazione: “Atto operatorio su animali vivi, svegli o in anestesia totale o parziale, privo di finalità terapeutiche ma tendente a promuovere, attraverso il metodo sperimentale, lo sviluppo delle scienze biologiche, o a integrare l’attività didattica o l’addestramento a particolari tecniche chirurgiche o, più raramente, a fornire responsi diagnostici. Con significato più estensivo, il concetto di v. può essere applicato a tutte quelle modalità di sperimentazione, non necessariamente cruente, capaci di indurre lesioni o alterazioni anatomiche e funzionali (ed eventualmente la morte) negli animali da laboratorio.” [5]

In maniera più o meno similare, il Merriam-Webster, uno dei maggiori dizionari in lingua inglese, alla voce “vivisection”: “taglio/operazione su animale vivo, di solito per indagini fisiologiche o patologiche. In generale: la sperimentazione animale, specialmente se considerata causa di angoscia per il soggetto”. [6]

La “vivisezione” può essere dunque considerata come una parte di rilievo della “sperimentazione animale”.

Vero è che tra “addetti ai lavori” si preferisce ricorrere all’utilizzo di “sperimentazione animale” e non “vivisezione” e il perché può essere facilmente compreso: essere generalmente etichettati dalla massa come individui capaci di causare significativa sofferenza e disagio, e finanche la morte, ad animali indifesi non deve essere sicuramente piacevole e gratificante. Il termine “vivisezione” richiama d’istinto la mente al ricorso a pratiche sperimentali, come già detto, potenzialmente cruente, stressanti e dolorose. Il termine “sperimentazione animale” appare invece “neutro” e più “digeribile” dal cittadino medio.

Apro e chiudo parentesi: provo sincera stima e rispetto per chi all’interno della comunità scientifica si prodiga realmente per il progresso umano, per la tutela ed il benessere di altre specie animali e più in generale per la salvaguardia del pianeta che ci ospita tutti.

Tuttavia, può capitare, sebbene raramente, che la parola “vivisezione” appaia anche negli ambienti scientifici maggiormente “conservatori”, che da sempre sostengono l’utilizzo di animali nella ricerca biomedica e tossicologica.

Ad esempio, in un editoriale non firmato del 2013, la prestigiosa ed importantissima rivista scientifica Nature, tra le più autorevoli al mondo, nel difendere il lavoro dei ricercatori impegnati in test sperimentali con animali dichiarò: “Gli animali da laboratorio devono avere il miglior standard di cura se dobbiamo giustificare il loro uso nella scienza. Quando un’istituzione viene giudicata inadempiente, gli altri dovrebbero cercare di rivedere le loro pratiche di benessere degli animali […] gli animali sono soggetti vulnerabili e gli scienziati che li usano nei laboratori, in osservanza della legge britannica, devono lavorare per proteggere non solo il loro benessere fisico, ma anche il loro stato emotivo. Di conseguenza, i ricercatori e coloro che sostengono i loro sforzi, compresa questa rivista, possono rispondere ai critici dell’etica della vivisezione con le doppie difese che questo lavoro è essenziale e condotto sotto stretto controllo”. [7]

Solitamente, in un maldestro quanto imbarazzante tentativo di negazione ad oltranza dell’evidente ed irrefutabile, i sostenitori della sperimentazione animale dichiarano che la vivisezione non venga più praticata al giorno d’oggi e che in Italia sia vietata da 20 anni o 30 o 40, da questa o quella normativa. Tali asserzioni risultano chiaramente false e prive di fondamento.

Non esiste una sola normativa in Italia, nell’Unione Europea, negli Stati Uniti d’America, in Cina, in Russia etc. etc., che vieti espressamente la vivisezione, come descritta nei maggiori dizionari ed enciclopedie al mondo.

Ad esempio, la suddetta normativa europea 2010/63, alla voce “procedura” (art. 3, comma 1) riferisce: “qualsiasi uso, invasivo o non invasivo, di un animale a fini sperimentali o ad altri fini scientifici dal risultato noto o ignoto, o a fini educativi, che possa causare all’animale un livello di dolore, sofferenza, angoscia o danno prolungato equivalente o superiore a quello provocato dall’inserimento di un ago conformemente alle buone prassi veterinarie. Ciò include qualsiasi azione che intenda o possa determinare la nascita o la schiusa di un animale o la creazione e il mantenimento di una linea di animali geneticamente modificata in queste condizioni, ma esclude la soppressione di animali con il solo intento di impiegarne gli organi o i tessuti”.

Giova far presente che tale direttiva autorizza perfino sperimentazioni sull’animale anche senza il ricorso ad agenti anestetici o analgesisi, purché motivato dal ricercatore (art.14, comma 2): “Allorché si decide sull’opportunità di ricorrere all’anestesia si tiene conto dei seguenti fattori: a) se si ritiene che l’anestesia sia più traumatica per l’animale della procedura stessa; e b) se l’anestesia è incompatibile con lo scopo della procedura”.

Un eloquente esempio del tipo di procedure sperimentali autorizzate dalla direttiva 2010/63, può essere il seguente: toracotomia senza somministrazione di idonei analgesici (allegato VIII, “classificazione della gravità delle procedure”, sezione III, ” esempi di procedure assegnate a ciascuna delle categorie di gravità in base a fattori relativi al tipo di procedura”, nr 3 “grave”, lettera f).

Che cos’è la toracotomia? In sostanza, è un’apertura chirurgica del torace.

Che gli animali utilizzati in laboratorio siano soggetti a procedure sperimentali che possono implicare significativo stress e sofferenza è un dato di fatto. L’anestesia, come specificato nelle normative di riferimento come quella europea, può anche essere esclusa in quanto potrebbe interferire ed alterare il risultato del test.

Ulteriore esempio. Carbone fa presente che: “Indubbiamente, l’attuale status quo consente agli esseri umani di causare dolore agli animali da laboratorio. L’AWA, le linee guida per la cura e l’utilizzo degli animali da laboratorio, e l’attuale politica del servizio sanitario pubblico consentono la conduzione di quelli che sono spesso definiti studi di ‘Categoria E’ – esperimenti in cui si ritiene che gli animali subiscano significativo dolore o disagio che non verranno alleviati perché i trattamenti analgesici possono interferire con l’esperimento [3], [5], [6]. Un esempio tra molti potrebbe essere lo studio di nuovi antidolorifici per il trattamento dell’artrite, in cui una coorte di controllo di animali non viene trattata, mentre i gruppi sperimentali ricevono gli antidolorifici da testare (che a loro volta potrebbero anche non alleviare il dolore)”. [8]

L’NC3Rs, il centro britannico relativo alle 3R, riferimento per accademici, istituzioni politiche ed industria farmaceutica, per quanto riguarda le ricerche sui vari tipi di cancro riferisce che: “Le procedure sperimentali del caso che coinvolgono animali possono causare a questi sofferenza ed angoscia. Spesso è necessaria la chirurgia per l’impianto tissutale, e lo sviluppo del tumore può inibire il normale comportamento dell’animale e causargli dolore, a seconda del sito di crescita. Allo stesso tempo, il tasso di fallimento dei farmaci oncologici in fase di sviluppo è tra i più alti in paragone con altre aree di studio, e la probabilità che un farmaco antitumorale venga approvato dopo la sperimentazione su esseri umani è solo del 7%. Gli attuali modelli roditori spesso mostrano una traduzione limitata negli studi clinici, e questa mancanza di concordanza tra modelli animali e cancro umano contribuisce al predetto tasso di fallimento farmacologico ed ostacola lo sviluppo di trattamenti anti-tumorali più efficaci”. [9]

Non penso occorra aggiungere altro per chiarire meglio l’opportunità di definire “vivisezione” o “sperimentazione animale” il tipo di esperimenti sopra descritti in cui vengono utilizzati, e spesso infine “sacrificati”, animali vivi.

Ma a prescindere dalla terminologia utilizzata, non poche volte in maniera strumentale da contrari e favorevoli, è veramente questo quello che più dovrebbe interessare l’opinione pubblica? O forse la società dovrebbe cominciare a chiedersi seriamente, come sta avvenendo da non poco tempo tra gli stessi ambienti interessati (comunità scientifica, istituzioni politiche ed industria farmaceutica), se gli studi animali siano uno strumento realmente efficace per gli scopi prefissi e dichiarati, non ultima per quanto riguarda la tutela della salute pubblica, e non un paradigma obsoleto e superato che, alla luce delle conoscenze scientifiche acquisite e di quelle evidenze sempre più numerose ed inequivocabili, dovrebbe cedere il passo a quell’auspicato progresso che porta inevitabilmente ad un nuovo tipo di approccio metodologico, supportato oltre che da fondamenta scientifiche più robuste anche da una maggiore e meno discussa etica?

Che gli studi animali vengano oggi riconosciuti come una delle cause maggiori, se non la principale, alla base dell’alto, e costosissimo, tasso di fallimento farmacologico rilevato nel processo di sviluppo è cosa ben nota e largamente documentata [10-11-12]. Per molte aree di studio il contributo offerto dai “modelli animali” si è rivelato decisamente marginale se non completamente fallimentare [13-14-15-16-17]. Si consideri inoltre che è cosa ben nota e largamente documentata anche la lacerante consapevolezza tra addetti ai lavori sulla fondatissima probabilità che gli studi animali abbiano contribuito a far “cestinare” prematuramente nel processo di sviluppo farmaci potenzialmente importanti, se non salva-vita [18-19], in quanto i (fuorvianti) dati animali non giustificavano successive sperimentazioni su esseri umani.

Nel frattempo, milioni sono le vittime che non hanno più voce: generazioni di malati rimasti senza una valida cura e centinaia di milioni di animali, sacrificati sugli altari di una controversa ed oggi più che mai discutibile metodologia di ricerca sperimentale.

E dunque, vogliamo ancora continuare a parlare di “vivisezione” o “sperimentazione animale”?

O forse è il caso di spostare l’attenzione su altro?

Alfredo Lio
7 maggio 2019

Bibliografia

[2] Russell, W, M, S. and Burch, R, L. (1959) The Principles of Humane Experimental Technique. Link: http://altweb.jhsph.edu/pubs/books/humane_exp/het-toc

[3] Direttiva 2010/63/UE del parlamento europeo e del consiglio, del 22 settembre 2010, sulla protezione degli animali utilizzati a fini scientifici. Link: https://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=OJ:L:2010:276:0033:0079:it:PDF

[4] Decreto legislativo 4 marzo 2014, n. 26. Attuazione della direttiva 2010/63/UE sulla protezione degli animali utilizzati a fini scientifici. Link: https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2014/03/14/14G00036/sg

[5] Vivisezione. Treccani, Dizionario di Medicina (2010). Link: http://www.treccani.it/enciclopedia/vivisezione_%28Dizionario-di-Medicina%29/

[6] Vivisection. Merriam-Webster. Link: https://www.merriam-webster.com/dictionary/vivisection

[7] Failure of care. Nature, 10 December 2013. Link: https://www.nature.com/news/failure-of-care-1.14332

[8] Carbone, L. Pain in Laboratory Animals: The Ethical and Regulatory Imperatives. PLoS One. 2011;6(9):e21578. doi: 10.1371/journal.pone.0021578. Epub 2011 Sep 7. Link: https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/21915253

[9] Workshop report: Minimising animal use in preclinical oncology research. NCR3s, 15 Jul 2016. Link: https://nc3rs.org.uk/crackit/news/workshop-report-published-minimising-animal-use-preclinical-oncology-research

[10] Huh, D. et al. A human disease model of drug toxicity-induced pulmonary edema in a lung-on-a-chip microdevice. Sci Transl Med. 2012 Nov 7;4(159):159ra147. doi: 10.1126/scitranslmed.3004249. Link: https://stm.sciencemag.org/content/4/159/159ra147.full

[11] Mathur, A. et al. Human iPSC-based cardiac microphysiological system for drug screening applications. Sci Rep. 2015 Mar 9;5:8883. doi: 10.1038/srep08883.

[12] Materne, E, M. et al. A multi-organ chip co-culture of neurospheres and liver equivalents for long-term substance testing. J Biotechnol. 2015 Jul 10;205:36-46. doi: 10.1016/j.jbiotec.2015.02.002. Epub 2015 Feb 9. Link: https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/25678136

[13] Martić-Kehl, M, I. et al. Quality of Animal Experiments in Anti-Angiogenic Cancer Drug Development–A Systematic Review. PLoS One. 2015 Sep 30;10(9):e0137235. doi: 10.1371/journal.pone.0137235. eCollection 2015. Link: https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/26421849

[14] Holloway, P, M. and Gavins, F, N. Modeling Ischemic Stroke In Vitro: Status Quo and Future Perspectives. Stroke. 2016 Feb;47(2):561-9. doi: 10.1161/STROKEAHA.115.011932. Epub 2016 Jan 7. Link: https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/26742797

[15] Pistollato, F. et al. Alzheimer disease research in the 21st century: past and current failures, new perspectives and funding priorities. Oncotarget. 2016 Jun 28;7(26):38999-39016. doi: 10.18632/oncotarget.9175. Link: https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/27229915

[16] Langley, G, R. et al. Towards a 21st-century roadmap for biomedical research and drug discovery: consensus report and recommendations. Drug Discov Today. 2016 Oct 28. pii: S1359-6446(16)30390-7. doi: 10.1016/j.drudis.2016.10.011. Link: https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/27989722

[17] Marshall, L, J. and Willett, C. Parkinson’s disease research: adopting a more human perspective to accelerate advances. Drug Discov Today. 2018 Dec;23(12):1950-1961. doi: 10.1016/j.drudis.2018.09.010. Epub 2018 Sep 18. Link: https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/30240875

[18] Pankevich, D, E. et al. Improving and Accelerating Drug Development for Nervous System Disorders. Neuron. 2014 Nov 5; 84(3): 546–553. Published online 2014 Nov 5. doi: 10.1016/j.neuron.2014.10.007. Link: https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/25442933

[19] Biomed21. A human pathway-based approach to disease and medicine. White paper. NIH Fishers Lane Conference Center, Bethesda, MD (U.S.A.), 26-27 June 2017. Link: https://ntp.niehs.nih.gov/iccvam/meetings/biomed21-2017/white-paper-final-oct2017-508.pdf


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