85.000 mila firme in Parlamento europeo. Una speranza c’è ancora.

emiciclo

Domani e dopo, a Strasburgo, si decide la sorte della Direttiva 86/609/CEE sulla vivisezione. Contro i più controversi articoli di questa legge, in sei settimane la Leal ha raccolto quasi 85.000 firme di protesta, per la maggior parte italiane ma non solo. È un successo straordinario che ci dice in quale misura la vivisezione ripugna alla coscienza dei cittadini europei.

Ma se gli uomini e le donne che incrociamo tutti i giorni per strada hanno risposto in modo corale e massiccio, nel Parlamento Europeo non si trovano molti deputati disposti a pronunciarsi contro questa legge. Qui la salvezza può venire solo da due parti.

AlfanoLa prima si chiama Sonia Alfano. Trentanove anni, siciliana, è la figlia del giornalista Beppe Alfano ucciso dalla mafia per le sue inchieste scomode nel 1993. Eletta al Parlamento Europeo come indipendente nelle liste dell’Italia dei Valori, Sonia Alfano chiederà domani il rinvio del testo in Commissione, affinché venga ridiscusso e riscritto guardate il video (cliccate qua per vedere il video). Un gesto coraggioso che ci auguriamo con tutto il cuore abbia pieno successo.

CoscienzaUn’altra donna coraggiosa è il ministro del Turismo Michela VittoriaBrambilla, che insieme con Umberto Veronesi e gli altri garanti del manifesto “La coscienza degli animali” è scesa in campo per condannare la direttiva e chiedere agli eurodeputati il superamento della sperimentazione animale (cliccate qua per accedere al sito La coscienza degli animali).

Ma a battersi contro il “testo di compromesso” raggiunto tra Parlamento, Commissione e Consiglio dei Ministri ci sono anche gli eurodeputati Verdi che hanno presentato tre emendamenti importanti. Se fossero approvati, questi emendamenti sposterebbero l’’accento della Direttiva rendendo più stringente il ricorso ai metodi alternativi e aprendo la strada a miglioramenti che con l’’attuale testo non sono possibili. A presentarli sono stati Jill Evans, Martin Hausling e Carl Schlyter.

Il primo emendamento, che sposa in pieno la campagna di protesta e le richieste della Leal (che su questa richiesta fa pesare le 85.000 firme raccolte) – rafforza l’’articolo n. 13 sull’’utilizzo dei
metodi alternativi. La richiesta è che venga ripristinato nella sua interezza il paragrafo 1 di quell’articolo, chiarendo che gli esperimenti sugli animali non possono avere luogo se è disponibile un metodo idoneo che non prevede l’impiego di animali, e questo indipendentemente dallo scopo dell’esperimento.

Il secondo emendamento chiede che ai singoli Stati Membri dell’’Unione europea sia consentito adottare misure più rigorose di quelle contenute nella Direttiva stessa. Se non passasse, i Paesi che non hanno ancora una legislazione progressiva non potranno adottarla né ora né in futuro. A sua volta, chi già avesse misure più rigorose, potrebbe solo mantenerle ma non migliorarle in futuro (articolo 2).

Il terzo emendamento chiede che non sia possibile fare test sui primati prendendo a pretesto qualsiasi malattia umana, anche di poco conto. L’’attuale dettato consente infatti di sperimentare invocando semplici “affezioni debilitanti” (a titolo di esempio, anche un’’epidemia di influenza o un semplice raffreddore potrebbero essere considerati affezioni debilitanti) (articolo 8).

Ufficialmente però tutti i gruppi parlamentari europei sono allineati a favore della Direttiva così come si presenta. Les jeux sont faits! dichiarano. Ma non si può mai sapere. In campo con la Leal sono scese anche una molteplicità di organizzazioni: e poi la storia è costellata di imprevisti, di uomini e di donne che all’’ultimo minuto hanno saputo dire no all’’ingiustizia. Ci auguriamo che anche a Strasburgo si alzino molti “”no”” chiari e squillanti.


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