Report LEAL da Amatrice e zone terremoto

LEAL AMATRICE 18 SETT 01jpgLEAL AMATRICE 18 SETT 02 jpgLEAL AMATRICE 18 SETT 06LEAL AMATRICE 18 SETT 05LEAL AMATRICE 18 SETT 04LEAL AMATRICE 18 SETT 03 jpgLEAL AMATRICE 18 SETT 7Cari Amici, con alcuni volontari sono tornato in questi giorni da Amatrice e dintorni, dove sono stato per valutare l’emergenza animale, specialmente nelle frazioni dove non si può entrare se non accompagnati dai pompieri.

Ho girato per strade e tendopoli e come LEAL abbiamo iniziato una cooperazione con Animalisti Italiani che costituiscono una delle realtà rimaste sul territorio anche dopo che le telecamere dei media si sono spente.

Grazie alle informazioni che ci stanno arrivando in tempo reale continueremo a inviare cibo e medicinali. Grazie al contributo di tutti e grazie ai volontari che garantiscono continuità ai soccorsi.

Con l’arrivo del freddo anche quegli animali che ora sono vaganti e non visibili saranno per le strade in cerca di cibo e non possono essere abbandonati al loro destino.

A nome di LEAL ringrazio anche tutte le persone che hanno a cuore le sofferenze degli animali e i veterinari Cristiana e Francesco, che stanno svolgendo un lavoro tanto impegnativo nell’unico campo attivo per gli animali nelle zone terremotato. Porteremo con noi il ricordo della distruzione ovunque e dell’unica tenda veterinaria dove, con le poche apparecchiature e gli scarsi strumenti disponibili, si cercava di salvare la vita ad un cane: accanto a lui, a vegliarlo, un ragazzo che aveva appena perso entrambi i genitori.

Continueremo a fare la nostra parte in questa contingenza: i contatti sono stabiliti, la collaborazione è apertissima e la raccolta fondi continua.
Torneremo presto in quei luoghi e vi aggiorneremo costantemente.

Grazie a tutti!

Gian Marco Prampolini
Presidente LEAL
Lega Antivivisezionista
 
 
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DOSSIER – Disinformazione vegan: prime vittime i bambini

È in atto da oltre un anno una campagna stampa probabilmente orchestrata a tavolino per creare nel pubblico paura e diffidenza verso l’alimentazione vegan nei bambini; una campagna di disinformazione che può creare gravi danni, ingenerando diffidenza dei genitori verso i medici (che i giornali dipingono come contrari all’alimentazione vegan nei bambini, mentre così non è nella maggior parte dei casi).

LEAL_veganUna campagna davvero amareggiante, perché ha come prime vittime i bambini: le paure che essa crea nei genitori rischiano di causare un allontanamento dai medici e un probabile rifugiarsi presso altri “esperti” che invece esperti non sono affatto, ma si atteggiano a guru di dottrine non basate sulla moderna scienza, bensì su vecchie teorie non scientifiche.

E questo sì può creare danni alla salute dei bambini, non certo l’alimentazione vegan!

Tutte le notizie di “bambini ricoverati in ospedale a causa della dieta vegan” o che addirittura verrebbero sottratti alla potestà genitoriale per questa ragione, NON sono rispondenti alla realtà: qui raccogliamo una breve cronistoria con relative smentite, che verrà costantemente aggiornata. Praticamente in tutti i casi i pediatri che hanno seguito i pochissimi bambini ricoverati dichiarano che la dieta vegan non è affatto un problema, al contrario di quanto invece i giornali vogliono far credere.

Oltretutto, se in un anno (estate 2015 – estate 2016) sono riusciti, con ostinata tendenza giornalistica al pettegolezzo, a scovare solo 5 casi in tutta Italia con le migliaia di bambini vegan o lattanti con madre vegan che ormai ci sono… già questa sarebbe una dimostrazione che l’alimentazione vegan nei bambini non presenta affatto problemi, anche qualora questi casi fossero stati reali.

Per contro, ben altri sono i numeri dei bambini onnivori ricoverati in ospedale per problemi legati a una nutrizione errata. Il centro contro l’obesità dell’ospedale Gaslini di Genova riferisce di 375 ricoveri l’anno di bambini (ovviamente onnivori) con problemi legati all’obesità e in circa la metà dei casi le complicazioni sono molto gravi: ipertensione, sindrome metabolica, complicazioni ortopediche, difficoltà psico-sociali (Fonte: → Obesità infantile: il centro del Gaslini è un’eccellenza nazionale, 31 maggio 2012).

375 casi in un solo ospedale di una sola città. Perché non fare un articolo per ciascuno di questi casi in tutta Italia, con titoli shock? Più che un giornale servirebbe un’enciclopedia…
Invece no, lo fanno su una manciata di casi di bambini o genitori PRESUNTI vegan.

L’ulteriore aggravante è che, nonostante tutti i casi citati dai giornali si siano in seguito dimostrati infondati:

  • non ci sono mai state rettifiche che spiegassero come i casi citati non fossero in realtà dovuti all’alimentazione vegan;
  • tali articoli restano on-line nonostante diano notizie fuorvianti su un tema delicato come la salute dei bambini;
  • in aggiunta, spesso nelle nuove bufale si citano nuovamente le vecchie come se fossero vere, a sostegno di quelle nuove.

Tutto ciò alimenta il sospetto che non si tratti di errori in buona fede.

Questo dossier vuole smascherare le affermazioni infondate che circolano sui media su questo tema, con l’obiettivo di contrastare tale pericolosa campagna disinformativa.


Cronistoria


Firenze, luglio 2015

Tantissimi giornali scrivono che un bambino vegano di 11 mesi è stato ricoverato per carenza di B12 e che la madre lo stava ancora allattando al seno senza aver iniziato lo svezzamento e anche lei aveva carenza di B12.

Si scopre però poi a settembre, ma viene ben poco pubblicizzato, che i genitori non sono vegani e nemmeno latto-ovo-vegetariani: dichiarano in una intervista di essere “vegetariani”, ma che la mamma “qualche volta mangia carne e pesce”. Quindi sono onnivori.

Si scopre inoltre che il bambino non era stato svezzato, a 11 mesi assumeva ancora solo latte materno (errore dei genitori).

(Vedi → articolo su La Repubblica)


Quindi: FALSO che il problema fosse la dieta vegan, né per la madre, che era onnivora, né per il bambino, che non era né vegano né onnivoro, ma assumeva ancora solo latte materno. Probabilmente vero che c’era una carenza di vit. B12, e l’errore della madre – onnivora – è stato di non aver assunto tale integratore, oltre a non aver iniziato lo svezzamento del bambino.


Belluno, ottobre 2015

I giornali fanno un gran can-can su un “bambino di Belluno vegano e gravemente malnutrito”, di circa 2 anni.

Si scopre invece poi che il problema era che il bambino, a due anni e mezzo non era stato svezzato, ma assumeva solo latte materno, un ovvio errore che è tale qualsiasi sia il tipo di alimentazione della madre, vegan, latto-ovo-vegetariana o onnivora.


Quindi: FALSO che il bambino fosse vegano, perché se non era stato svezzato non era né onnivoro né vegano. Lo stesso medico che ha seguito il caso, dichiara “qualsiasi siano le scelte alimentari della famiglia bisogna solo fare attenzione a scegliere cibi sani e saper variare tra le diverse componenti nutrizionali” e che “vegano non è sintomo di cattiva alimentazione, entrambe le diete (vegana e onnivora n.d.r.) richiedono competenza nello svezzamento”.


(Fonte: → TagPress)


Treviso, febbraio 2016

I giornali titolano “Shock a Treviso, bambina vegan non cresce”, ma già negli articoli viene detto che la bambina non prendeva latte materno ma latte di mandorla “perché i genitori erano vegan”. Perché, se fossero stati onnivori o latto-ovo-vegetariani e le avessero dato latte di mucca o di capra o qualsiasi altro latte animale, sarebbe andato bene?! NO, avrebbe avuto problemi ancora peggiori!

Qui non si tratta di essere vegan o meno, ma del fatto che, se la bambina non veniva allattata al seno, doveva essere allattata con un latte formulato apposito, che esiste sia vegan che con ingredienti animali.


Perciò: FALSO che il problema fosse la scelta vegan dei genitori. Il problema era che non veniva usato latte formulato, l’unico da usare per i lattanti.


Genova, giugno 2016

I giornali titolano “Bimba di due anni in rianimazione per la dieta vegana”.

In realtà si scopre poi che era latto-ovo-vegetariana e che il problema era la mancata integrazione di vitamina B12 (che va fatta sempre anche nei latto-ovo-vegetariani), che non era stata effettuata, probabilmente per un qualche genere presa di posizione dei genitori che nulla ha a che vedere con la scelta vegan.

Che la vitamina B12 vada integrata nei vegetariani (latto-ovo e vegan), soprattutto nei bambini, è ormai un fatto risaputo: i bambini onnivori ricavano anch’essi la vitamina da integratori, che vengono aggiunti ai mangimi degli animali d’allevamento e per questo motivo la vitamina B12 si ritrova poi nelle carni degli animali, assieme a molte altre sostanze chimiche e farmaci, usati di prassi in ogni allevamento. Chi non consuma carne non ha il problema dell’assunzione di tale cocktail di sostanze chimiche, però deve assumere la vitamina B12 in modo diretto, e molto più naturale (dato che la vitamina presente negli integratori è quella generata dai batteri, come avviene in natura).

Chi decide di non voler utilizzare integratori (gli onnivori non possono deciderlo, perché gli integratori sono già presenti nei mangimi degli animali…) lo fa sulla base di teorie non fondate scientificamente, spesso perché seguace di “guru” che poco conoscono della moderna scienza della nutrizione.


Quindi: FALSO che la bambina fosse vegan e che il problema fosse la dieta in sé, ma lo era l’aver deciso di non utilizzare l’integratore di vit. B12.


Milano, luglio-settembre 2016

Viene segnalato dai giornali un “bambino vegan” che a 1 anno pesava come un bambino di 3 mesi.

Ma negli stessi articoli si riporta anche che il bambino era cardiopatico, che doveva essere operato e che dopo l’operazione stava bene.

Il punto quindi è che i giornali intenzionalmente mettono in secondo piano il vero problema del bambino – la cardiopatia – ed infatti in un altro articolo, lo stesso medico che l’ha seguito afferma “Non possiamo collegare lo stato di grave malnutrizione con la scelta vegana dei genitori” e “I genitori ci hanno confermato di esserlo, ma sul bambino non possiamo assolutamente fare un collegamento fra un’alimentazione vegana, che non sappiamo se seguisse o meno, e lo stato di malnutrizione. La situazione del piccolo è complessa, c’è una cardiopatia importante, i fattori in gioco sono moltissimi.”

(Fonte: → Vegolosi)

In un successivo servizio del 13 settembre 2016 a Porta a porta, viene riferito che i genitori NON hanno nutrito il bambino in modo vegan, ma hanno dichiarato di avergli dato svariati tipi di latte, anche animale: quindi il bambino NON ERA VEGAN.

È invece proprio la grave cardiopatia a compromettere la capacità di nutrirsi. Dal sito dell’Associazione Bambino Cardiopatico Parma:
“Se la funzione cardiaca è limitata, il lattante è costretto a riposarsi frequentemente mentre si alimenta, manifestando segni di affaticamento. Spesso non riesce ad alimentarsi con quantitativi sufficienti, per cui la crescita rallenta e, nei casi più gravi, può arrestarsi”.


(Fonte: → Le cardiopatie congenite)

A fine agosto viene fatta circolare un’altra notizia infondata: che il piccolo sia stato tolto ai genitori dal tribunale, e affidato ai nonni, perché veniva nutrito in maniera vegan. Questo è palesemente FALSO, sia perché il bambino non era affatto vegan, sia perché il motivo dell’affidamento del bambino ai nonni è stata la mancata collaborazione dei genitori, che non volevano che fosse operato quando ne aveva bisogno, e questo non ha nulla a che vedere con un’alimentazione vegan.

Sempre nel servizio di Porta a porta, l’intervista al pediatra che ha avuto in cura il bambino all’ospedale e poi l’intervista al procuratore del tribunale dei minorenni di Milano mettono ben in chiaro che quanto successo non ha a che vedere con l’alimentazione del bambino ma col fatto che i genitori non volevano curare la cardiopatia del figlio, per motivi ignoti.

Nonostante questo, in tutto il servizio si continua a ripetere “il bambino vegano”, pur avendo ammesso loro stessi che non lo è…


Quindi: FALSO che il bambino fosse vegan, FALSO che il problema stesse nell’alimentazione vegan dei genitori o eventuale sua; era affetto da grave cardiopatia che non gli permetteva di nutrirsi a sufficienza; FALSO che sia stato affidato ai nonni perché vegan, ma lo è stato perché i genitori non intendevano curare i suoi problemi di cardiopatia.

Fonte → FamigliaVeg


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SOS per Quercia, cane bastonato in Puglia e ora al sicuro

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LEAL Lega Antivivisezionista segue le cure di Quercia, il cane che sta commuovendo e indignando il web.

Quercia presumibilmente è stato bastonato selvaggiamente durante un accoppiamento. La colonna è stata lesa, un femore è uscito dalla sua sede, gli organi sessuali sono rimasti danneggiati e il pene traumatizzato non rientra in sede. NOI NON SAPPIAMO SE QUALCUNO CONOSCE IL COLPEVOLE.

Quercia è stato raccolto in Puglia da una volontaria speciale dal grande cuore che, prima di portarlo in Umbria, lo ha fatto visitare a Pistoia dove il veterinario ha effettuato il riassetto della colonna e ha rimesso a posto il femore. Il cane è stato ricoverato a Pistoia per 22 giorni. Il pene era in necrosi e poteva essere amputato subito. Il medico ha suggerito invece di provare altre strade, con massaggi appositi il membro si è sgonfiato e il sangue ha ripreso a circolare adeguatamente.

Quercia è arrivato in Umbria a casa della volontaria disposta ad accoglierlo perché in Puglia non avrebbe potuto essere seguito costantemente e avrebbe dovuto passare troppo tempo da solo.

SITUAZIONE AL 23 SETTEMBRE: Quercia viene seguito da un veterinario in Umbria; deve tenere il collare perché tenta di leccarsi e potrebbe danneggiarsi ulteriormente. Il suo sguardo è ancora terrorizzato ma ha fatto passi da gigante. Appena arrivato in Umbria dalla Puglia, dove è avvenuto il fatto, urlava al solo avvicinarsi degli esseri umani, adesso si fa accarezzare.

La settimana prossima sarà operato agli organi sessuali, verrà anche sterilizzato e il pene dovrebbe rientrare in sede. L’operazione potrebbe sfortunatamente non essere però risolutiva nel qual caso in seguito si dovrà procedere alla mutilazione. Quercia soffre ancora dei traumi alla colonna vertebrale ma piccoli segni fanno ben sperare. Con la riabilitazione dovrebbe tornare a camminare anche se per ora non si regge in piedi. Dopo l’intervento al pene dovrà fare una visita neurologica per verificare le condizioni.

Vogliamo che Quercia sia curato al meglio.

La struttura dove adesso una volontaria si prende cura di lui potrebbe diventare il primo RIFUGIO LEAL per meno fortunati. Stiamo lavorando e ci stiamo impegnando per raggiungere questo traguardo.

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Il costo di una vita euro 10 al kg

Evento domenica 25 settembre 2016 dalle ore 15.00 in via Lagrange Torino, retro Hotel Principi di Piemonte. LEAL sezione Torino e Animal Renegades: presidio informativo con rappresentazione scenografica per testimoniare la sofferenza e lo sfruttamento di milioni di animali trasformati in prodotto di consumo, un’alimentazione a base di carne su cui è necessario riflettere dal punto di vista etico, salutistico, ambientale. Dietro un pezzo di carne e quindi anche un pesce si nasconde sofferenza, prigionia, abuso, terrore, morte.

LEAL_mucca_codiceLa scelta di non mangiare carne e derivati è una scelta etica fatta ormai da sempre più persone, è una scelta che fa bene alla salute e salvaguarda l’ambiente. Diventare vegetariani, diventare vegani è la scelta per il rispetto di tutti gli esseri viventi, per il rispetto della natura e per il rispetto della sostenibilità ambientale. Capire che non è necessario massacrare e uccidere esseri viventi, gli animali, per nutrirsi bene, è il cammino verso una filosofia globale della non violenza.

Informazione e sensibilizzazione dei cittadini sul problema del consumo di carne: vi aspettiamo!

Mònica Fontana
responsabile LEAL Torino
tel 348 3100457 | torinoleal@gmail.com


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Tutto questo dolore: gli animali nella vivisezione

“La barbarie più inumana”, “La più grave questione dell’umanità”: così definisce la vivisezione, nella seconda metà del 1800, Richard Wagner nella sua “Lettera aperta al signor Ernst von Weber”. Oltre un secolo e mezzo più tardi le stesse definizioni conservano tutto il loro senso e la loro pregnanza; da allora le cose sono cambiate solo dal punto di vista formale, in sintonia con lo spirito della civiltà occidentale che, in merito ai delitti contro gli animali, e non solo, ha messo in atto una enorme azione di occultamento e di allontanamento dalla vista e dalle coscienze, rimuovendo tutto quanto può turbare la sensibilità umana, metro e misura del lecito e dell’illecito.

gabbie_scimmieLontani sono infatti i tempi in cui la vivisezione veniva addirittura praticata alla luce del sole: si era nella Londra della seconda metà del 1600 e la Royal Society poteva agire, forte degli enunciati di Cartesio che, identificando l’essenza degli animali nel loro essere macchine e automi, avevano dato licenza di infliggere loro i peggiori tormenti. A testimonianza che qualunque pratica necessita di un contenitore di pensiero che la giustifichi e la renda possibile. Allora i terribili esperimenti erano resi pubblici e le relative illustrazioni venivano poste accanto a quelle di decorazioni delicate e gentili, ad asserire anche graficamente non esservi alcun contrasto tra immagini di sangue e di indicibile crudeltà sugli animali e deliziosi ornamenti: l’autorità di chi li proponeva ne sdoganava serenamente la compatibilità.

Siamo grati ad Annamaria Manzoni, psicologa e scrittrice fortemente impegnata nella questione animale, che si è resa disponibile a collaborare con LEAL firmando un nuovo articolo di una serie di contributi periodici.

Oggi no, oggi non si fa più così: non sta bene e non è politicamente corretto. Di vivisezione la gente comune sarebbe anzi meglio non sapesse nulla, e questo sarebbe possibile se non fosse per il clamore suscitato da un dibattito, che, soprattutto da Hans Ruesch in poi, non ha potuto essere tacitato, ma che sarebbe rimasto contenuto nelle stanze dove le elite parlano di scienza se non fosse per la mobilitazione di tutti coloro che, in nome del rispetto dovuto agli animali, hanno rotto il muro del silenzio, spostando la questione dal piano scientifico a quello etico che tutti ci riguarda e su cui tutti abbiamo diritto, dovere di opinione, e alle coscienze della gente mostrano scimmie crocefisse, gatti ustionati, file di conigli immobilizzati con gli occhi infettati, e via proseguendo in quella galleria degli orrori che si nutre di una creativa capacità di ideare ipotesi, le più disparate possibile, e poi di mettersi alacremente al lavoro per verificarle. Così il dr. Michael Merzenich volendo sapere (1991) quali “ristrutturazioni dei processi rappresentazionali in regioni cerebrali specifiche” siano indotte da “alterazioni che provengono dall’ambiente, come quelle che derivano dall’amputazione di un arto”, diligentemente procede ad amputare per l’appunto arti ai primati che sono a sua disposizione nel laboratorio di San Francisco in cui lui esercita la sua professione. Giusto per scoprire che “anche negli adulti il cervello sembra quindi capace, entro certi limiti, di rispondere a nuove esperienze con un ulteriore sviluppo di strutture e funzioni” (“La mente relazionale”, Daniel J. Siegel, Raffaello Cortina Editore). Mentre il farmacologo irlandese John Cyran separa i cuccioli di ratto dalle madri “provocando negli animali un forte stress” (ah, ma allora i ratti provano affetto, creano legami filiali, sperimentano sofferenza psicologica nella separazione?!) valutando la loro conseguente depressione con il fatto che “se collocati in una vasca d’acqua, rimangono a galla meno a lungo degli animali di controllo non stressati”. E via imperversando fino alla conclusione, tutto fuorché originale, che “tuttavia i topi non sono persone e dunque la possibilità di trasferire all’uomo questi risultati resta ancora da dimostrare” (“Mente e cervello”, agosto 2012).

Non c’è che dire: l’uomo è curioso, intelligente, vuole sapere e varcare i confini; l’uomo è prepotente, arrogante, egoista e la crudeltà di cui è capace è pari solo alla genialità della sua mente. L’uomo, e la donna solo un po’ più nelle retrovie, occidentali hanno fatto coincidere il processo di civilizzazione con un progressivo nascondimento delle manifestazioni di malvagità che hanno accompagnato tutto il percorso evolutivo, ma che ci piace attribuire a una animalità da cui sempre più prendiamo le distanze: ci siamo ripuliti, educati, abbiamo imparato le buone maniere e aborrito le manifestazioni di brutalità. Nel tragitto i comportamenti di sfrenata crudeltà hanno perso visibilità e liceità, ma, lungi dallo scomparire, hanno anzi ampliato a dismisura il numero di vittime su cui accanirsi: nello specifico, la sperimentazione animale, nella nostra attuale società tanto amante degli animali, coinvolge ogni specie per ogni scopo, che sia medico o psicologico, che serva a testare cosmetici o al bisogno evidentemente ineludibile di un nuovo detersivo, che sia finalizzata a soddisfare curiosità fantasiose oppure permetta una pubblicazione la cui utilità, oggettivamente opinabile, appare in tutta la sua pregnanza se valutata ai fini del punteggio per un futuro concorso.

Non c’è da meravigliarsi: il confine fittizio e utilitaristico tra umano e animale, una volta superato, immette nel regno del tutto possibile. Gli animali sono al nostro completo servizio e ciò si traduce dal punto di vista alimentare nella licenza di ucciderne miliardi ogni anno; dal punto di vista della sperimentazione nel non farsi mancare nulla: si sperimenta in vista di una presunta necessità per la salute umana, o di qualcosa che forse, chissà, potrebbe anche rivelarsi importante in futuro, per stabilire le conseguenze dello spazio di frenata dell’automobile, o perché gli studenti apprendano i necessari rudimenti medici dalla viva carne, che è molto meglio. Dove fermarsi? Perché farlo? Un acceso sostenitore della sperimentazione animale (che, per ragioni sconosciute, si firma solo MB), lo chiarisce molto bene in un sito ad hoc; “In difesa della sperimentazione animale”, quando sostiene che la conoscenza scientifica fine a se stessa, l’amore per il sapere sono l’uso più Nobile (la maiuscola è sua) che l’uomo possa fare degli animali: in altri termini, gli unici limiti sono quelli stabiliti dalla possibilità di ideazione, che contiene quella di possibili aberrazioni, della mente umana. E si tratta di confini del tutto leciti, al contrario di altri che pure esistono all’interno della specie umana, dove i più derelitti, poveri, esclusi dai diritti di fatto sono sempre stati utilizzati in forme di “sperimentazione”: i medici nazisti hanno potuto imperversare indisturbati grazie al materiale umano di cui potevano servirsi a piacimento; i manicomi, come luoghi chiusi che escludono dal consesso civile chi non è all’altezza, non hanno ancora finito di darci notizia di tutte le nefandezze praticate al loro interno; la pratica della tortura, in molti paesi del mondo del tutto attuale, sperimenta i limiti e la sopportazione umana al dolore.

Nonostante il grande lassismo della morale, tutto ciò non è però politicamente corretto: la sperimentazione sugli animali sì. La giustificazione morale degli obiettivi da perseguire non solo sdogana ogni pratica sugli animali: fa di più, la rende invisibile. Per analogia risulta interessantissima, in merito a questa dinamica, la ricostruzione che Vittorino Andreoli, stimatissimo psichiatra, fa della sua carriera di medico, ricordando la propria impassibilità quando a venti anni, brillante studente e fervente cattolico, si trovò per la prima volta davanti all’orrore dei manicomi, dove esseri umani potevano essere tenuti per mesi o anni legati ai letti, abbandonati nei propri escrementi, o “terapeuticamente” obbligati a docce gelate. Solo oggi arriva a chiedersi: “Come è accaduto che non solo io, ma uomini di grande levatura morale potessero accettare tutto questo? Come ho potuto non provare un moto di ribellione di fronte a tanto degrado? Dove trova la sua ragion d’essere una simile anestesia dell’uomo nei confronti della sofferenza di altri uomini?… Credo che a legittimare la nostra insensibilità, a darle un sostegno, fossero una serie di convinzioni, di razionalizzazioni”. (“I miei matti”, Vittorino Andreoli, Rizzoli Editore). Evidentemente le stesse convinzioni e razionalizzazioni, che consentono ancora oggi a tante persone di assistere o di provocare personalmente, anestetizzate e senza sensi di colpa, inaudite sofferenze agli animali nei laboratori di vivisezione, dove la violenza è normalizzata (perché è normale che nuove sostanze o tecniche siano sperimentate), giustificata (perché è necessaria), negata (perché gli animali, si sostiene, non soffrono, essendo trattati con rispetto).

Esistono potenti meccanismi nella mente umana al servizio del nostro benessere: sanno fornirci una narrazione dei fatti tale da consentirci di convivere con sufficiente tranquillità con noi stessi, senza il peso di troppe angustie, quali che siano (state) le nostre azioni: il delitto senza castigo, neppure quello psichico, è quello che prediligiamo.

Per concludere l’analogia con il mondo dei manicomi, vale ancora la pena di ricordare che un altro medico vi mise piede, alcuni anni dopo Andreoli, e vide ciò che generazioni di psichiatri prima di lui avevano visto e accettato come normale: ma lui quella violenza su esseri deboli non la scambiò per pratica terapeutica necessaria: la valutò come inaccettabile abuso, vide il dolore di individui sfiancati non tanto dalla malattia quanto da altri individui in camice bianco, e rifiutò di esserne complice. Era Franco Basaglia: nel 1978 la legge che porta il suo nome decretò per sempre la chiusura dei manicomi.

Allo stesso modo, anche per quanto concerne la vivisezione, non va sottaciuto il peso del comportamento dei singoli, ognuno dei quali ha una precisa responsabilità personale in quello che decide di fare e in quello che si astiene dal fare: in altri termini, con le parole del sociologo Zigmunt Bauman, l’ingiustizia è negligenza individuale. Per altro il dibattito attuale, la definizione quale Falsa Scienza da parte della prestigiosa rivista Nature, la revisione in atto consentono di assumere posizioni critiche, di rifiuto dello status quo anche senza attitudini eroiche e pur in mancanza di quel coraggio che se uno non ce l’ha, non se lo può dare; d’altro canto, chi decide di praticarla deve riconoscersi portatore di una scelta precisa. Esiste quindi il peso specifico della responsabilità che ogni singolo si assume, peso tanto maggiore visto che si tratta di un campo in cui non sono neppure invadenti altre spinte, che di fatto vanificano la libertà personale, quali quella economica: a differenza di quanto si verifica nel raccapricciante mondo dei macelli a catena di montaggio, popolato da immigrati costretti a scelte obbligate, il mondo degli sperimentatori scientifici gode di un livello culturale e di conseguenza socioeconomico spesso privilegiato.

Tutto questo considerato, riveste notevole interesse conoscere l’atteggiamento emotivo di coloro che, consapevolmente, optano per questa strada, che comporta la necessità di fronteggiare l’inenarrabile dolore inflitto nella carne viva di vittime, immobilizzate sui tavoli, quelle che guardano terrorizzate ogni loro movimento nell’attesa insopportabile del prossimo gesto, quelle che supplicano pietà perché non hanno commesso colpe, quelle che lasciano solo intuire i propri gemiti perché le corde vocali sono state tagliate, quelle che possono chiedere grazia solo a chi è il responsabile del loro martirio, esattamente come accade alle vittime della tortura di ogni dittatura, di ogni scellerato aguzzino. Cosa provano i vivisettori nel guardare questi animali disperati, terrorizzati, impazziti dal dolore e dalla paura? Non sono domande da poco conto, perché all’interno del macrosistema, sono i singoli individui a consentirne il funzionamento: se il grande contenitore della vivisezione è costituito dalle convinzioni esistenziali, filosofiche, religiose che vedono nel mondo degli altri animali il magazzino inesauribile di materia prima, se sono gli enormi interessi economici coinvolti, a fare inizio da quelli delle società farmaceutiche, il motore primo di tutto il meccanismo, nulla succederebbe senza la disponibilità al lavoro sporco.

Non sembrano esistere studi specifici che illuminino sulla personalità dei vivisettori, sui tratti di base e sugli eventuali mutamenti indotti dalla reiterazione di condotte connotate dalla abitudine ad infliggere tormenti ad esseri senzienti. Non sono d’altra parte illuminanti le dichiarazioni dei diretti interessati che usano normalmente risolvere la questione appellandosi al rispetto (?!) con cui gli animali vengono trattati nei laboratori, una sorta di mantra che scansa l’invito ad interrogarsi sulle proprie reazioni umane ed emotive. Quali sono queste reazioni? La presunzione di essere al servizio dell’umanità è di tale potenza da oscurare qualunque altro sentire? Sono lecite solo ipotesi: nelle pubblicazioni scientifiche, anche la descrizione delle peggiori pratiche che invadono la carne degli animali, documentate da fotografie inguardabili da un essere umano di media sensibilità, è condotta con un linguaggio asettico, esente da qualsivoglia compartecipazione, si tratti di piccoli di scimmia con gli occhi cuciti, di gatti con elettrodi nel cranio, di maiali usati per cronometrare il tempo necessario a morire in variegate situazioni. Doveroso, si dirà: la scienza non può permettersi sdolcinature. Ma nemmeno negli interventi nei vari dibattiti televisivi succede mai di cogliere espressioni di dispiacere né vago disagio, che non sia quello provocato da domande imbarazzanti.

Certo, il distacco emotivo, la separazione dell’affetto è condizione imprescindibile per un lavoro tecnicamente corretto: l’autocontrollo, che presuppone gestione delle emozioni, è tratto necessario così per il medico che deve imporre un percorso doloroso al suo paziente, come lo può essere a volte per un genitore che deve aiutare un figlio in difficoltà: ma in questi casi la capacità di tenere a bada l’emotività trova il proprio senso nel perseguimento del benessere dell’altro, che richiede non di abolire, ma di controllare le proprie reazioni. Nel caso della vivisezione tutto si può sostenere tranne che sia pratica condotta nell’interesse dell’animale coinvolto. In assenza di outing al riguardo da parte dei vivisettori, non resta che rifarsi a spezzoni di filmati, rigorosamente clandestini e quindi rari, girati nei laboratori: mostrano beagle gettati violentemente e rabbiosamente contro il muro perché, nonostante la loro assoluta mitezza, provano a ribellarsi all’ago troppo grosso forzato nella vena; mostrano ricercatori prendersi una pausa di riposo per caffè e quattro chiacchiere mentre il coniglio sul tavolo è lasciato a “metà lavoro”, tanto di lì non si muove; mostrano la ricercatrice sorridere alla videocamera mentre muove gli arti inerti, a mo’ di bambola, alla scimmietta inebetita, con lo sguardo perduto, la testa attraversata dalla ricucitura di una ferita che la percorre in tutta la sua lunghezza.

Insomma un quadro che definire empatico non è proprio possibile. Di certo la frequentazione quotidiana con la sofferenza induce un progressiva desensibilizzazione: il cervello è plastico, ogni esperienza si coniuga con l’attività neuronale e crea nuove connessioni: gli avvenimenti che ci coinvolgono non vanno perduti dal punto di vista psicologico ed entrano a fare parte del nostro mondo psichico; è conseguente che muoversi in un universo di dolore e disperazione comporta plasmarsi su tale esperienza, perdere sensibilità ed indurirsi. Questo mentre un altro meccanismo entra prepotentemente in gioco: la capacità di dissociazione, di separare cioè aspetti della propria realtà interna da altri che risulterebbero incongruenti con il senso della propria identità. La riprova più eclatante è fornita dai criminali nazisti, che sappiamo conducevano una vita “normale” al di fuori del loro ruolo. Un esempio per tutti: Franz Stangl, responsabile, quale comandante del campo di sterminio di Treblinka, della morte di novecentomila persone, continuò ad avere comportamenti da padre attento e affettuoso delle sue bambine quando “in licenza”, e da ottimo capo famiglia, buon vicino di casa e gentile collega di lavoro, per tutti gli anni che passò da libero cittadino dopo la guerra, prima del suo arresto nel 1967 (“In quelle tenebre”, Gitta Sereny, Gli Adelphi). Così ci si deve fare una ragione quando si vedono i vivisettori in abiti borghesi, compiti e competenti difendere graziosamente il loro lavoro: la dissociazione è in atto alla grande.

Restano a mio avviso aperte questioni di grande respiro: vale a dire il fatto che ancora agli inizi sono gli studi sulle conseguenze della violenza legalizzata, categoria a cui la vivisezione appartiene come del resto vi appartengono per esempio a livello intraspecifico la guerra, la pena di morte, regimi carcerari di intollerabile ferocia, certe forme di punizioni corporali o psicologiche sui bambini, e, a livello interspecifico, la macellazione degli animali, la caccia, la pesca, l’addestramento degli animali nei circhi, il loro uso nelle sagre. In tutti questi casi, e in molti altri ancora, la violenza viene disconosciuta come tale proprio in quanto legale, condotta secondo regole stabilite, in luoghi stabiliti, da persone stabilite. Per inciso basterebbe pensare agli stessi atti compiuti in contesti diversi perché a tutti risultasse chiara la loro inaccettabilità.

Non bisognerebbe dimenticare che le regole che, in periodi storici specifici, le società si danno risultano spesso del tutto relative, palesemente scollate dalla morale se esaminate in epoche o anche solo in climi culturali mutati: ci vuole tempo, purtroppo, perché quello che pochi illuminati intuiscono, entri nella coscienza della maggioranza delle persone. Basta pensare alle tante ignominie che nel corso della storia sono state compiute legalmente, secondo riti e leggi: vogliamo pensare ai roghi delle streghe, vale a dire di donne e ragazzine troppo belle o troppo intelligenti o troppo indipendenti per essere tollerate dai maschi dominanti, bruciate vive sulla pubblica piazza con la benedizione dei tribunali e nell’entusiasmo della folla? Siccome agiva in ossequio alle norme vigenti, chi quei roghi accendeva e chi ad essi plaudeva deve godere del nostro rispetto?

Gli studi, dicevo, sulle conseguenze della violenza legale non sono ancora debitamente diffusi e per altro il gran numero di variabili che comportano li rende per forza di cose estremamente complessi: difficile per esempio capire esattamente come incida sulle persone vivere in uno stato in cui vige la pena di morte, con il correlato di orrori che comporta. Ma alcuni dati cominciano ad emergere; una ricerca del 1988 per esempio dimostra alla base della violenza diffusa nella società americana l’intreccio in quella cultura di “ineguaglianza economica e razziale, punizione corporale dei bambini, sport violenti, pena capitale e altre forme di violenza legittimata”. La psichiatra Felicity de Zulueta nota che “In Svezia dove l’abolizione dell’uso di schiaffeggiare i figli è in vigore da dieci anni, nessun bambino è morto per l’effetto dell’abuso fisico, laddove nel Regno Unito, dove le punizioni corporali sui bambini sono ammesse, due bambini alla settimana muoiono a causa di abuso e trascuratezza” (“Dal dolore alla violenza”, Felicity De Zulueta, Raffaello Cortina Editore): si aprono nuovi orizzonti di studio e di comprensione, dove restituire il significato di crudeltà a qualsiasi atto che abbia come conseguenza il male inflitto coscientemente ad un altro essere vivente, indipendentemente dalla specie a cui esso appartiene e dal motivo per cui viene compiuto.

Per concludere, la vivisezione, pratica estrema di prevaricazione della specie umana su altre e di un individuo umano su un individuo non umano, imprigionato, immobilizzato, torturato e normalmente ucciso, si situa all’interno di rapporti di violenza, che sollecitano considerazioni connesse al tema generale dei diritti e a quello anche più privato della compassione, dell’empatia, del rispetto, così fondamentali in ogni relazione e imprescindibili ai fini di una pacificazione, ora così tremendamente lontana, degli abitanti di questa terra.

Resta attuale l’invito di Richard Wagner al vivisettore perché guardi non all’interno dell’animale che lui ha sventrato, ma piuttosto nei suoi occhi: “Se guardasse ancora più a fondo, gli parlerebbe la sublime tristezza della natura per la sua esistenza piena di tormento, poiché lì dove egli scherza con la scienza, l’animale prende la cosa sul serio”, la prende sul serio fino al punto, alla fine, di abbandonare, inconsolato, il suo respiro su un mondo dove avrebbe dovuto poter vivere e morire secondo le regole della natura e il ritmo delle stagioni, e ha invece dovuto farlo secondo quelle stabilite da chi sciaguratamente ha preso il comando.

Manzoni_ritratto_rid


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Disponibile in quattro lingue la petizione europea contro la corrida scaricabile dal sito LEAL

È stata tradotta in spagnolo, francese e inglese la petizione contro la corrida e contro i finanziamenti europei agli allevamenti di tori. La raccolta firme, depositata al Parlamento europeo da LEAL Lega Antivivisezionista con l’aiuto dell’europarlamentare M5S Eleonora Evi, e con il sostegno di Animal Renegades, Associazione Animalisti Onlus, Basta Corrida Veg Tour e Riscatto Animale, è da oggi scaricabile nelle varie lingue direttamente dal sito di LEAL.

→ Clicca qui per scaricare il testo della petizione in it/en/fr/es

→ Clicca qui per scaricare il modulo per la raccolta firme in it/en/fr/es

Toro_corrida_Vi chiediamo di aiutarci a fare girare la petizione, non solo in Italia ma a tutti i vostri contatti europei, anche postandola su gruppi Facebook animalisti e antitaurini per raccogliere il maggior numero di firme.

Ricordiamo che la data di chiusura della raccolta firme sarà fissata più avanti in occasione di una prossima riunione del Parlamento Europeo inerente a temi protezionisti e di tutela animale. Il dossier con tutte le firme cartacee e completo dell’elenco con i nomi di movimenti e associazioni che hanno collaborato a raccogliere firme sarà direttamente consegnato da LEAL all’europarlamentare Eleonora Evi che provvederà a inoltrarlo all’onorevole Cecilia Wilkström, presidente della Commissione delle petizioni del Parlamento europeo. Tutti possono scaricare la petizione e moduli delle firme, dal sito di LEAL.
Un ringraziamento particolare ad Angela Rossi, traduttrice professionista che ci ha messo a disposizione la sua professionalità e il suo tempo.


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LEAL ad Amatrice con cibo e medicine per gli animali e giocattoli per i bambini. La raccolta continua. Torneremo ad ottobre nelle zone terremotate

Come già successo quando si sono verificate altre calamità naturali anche questa volta LEAL è presente in soccorso dei più sfortunati.

La prima tranche di aiuti che oggi sono stati portati nei luoghi terremotati ammonta a 400 kg di prodotti tra cibo, medicine e altri materiali utili per la cura degli animali ma non solo: ci sono anche i giocattoli per i bambini. LEAL da subito si è attivata per la raccolta di materiale utile insieme alle sezioni territoriali. Grande merito in questa operazione va riconosciuta alla sezione di Tortona, la cui responsabile Bianca Poluzzi ha dato grande impulso alla raccolta di materiale e in pieno accordo con i suoi volontari, è sempre pronta ad arrivare in aiuto laddove serve.

LEAL_AmatriceIl presidente nazionale della LEAL Lega AntiVivisezionista, Gian Marco Prampolini, che ha portato di persona il materiale raccolto, ha visitato le tende allestite ad Amatrice e nei luoghi attigui per capire le necessità e gestire nel modo più efficiente le diverse problematiche. Una chiara visione dei problemi servirà in un futuro prossimo quando l’emergenza verrà aggravata dal freddo dell’inverno. Non dobbiamo dimenticare che piccolissimi borghi abitati solo in massima parte in estate sono adesso completamente deserti e vuoti rimarranno nei mesi prossimi. Gli animali vaganti saranno completamente abbandonati a loro stessi.

“Ci occupiamo di animali dal 1980 – spiega Prampolini – non solo per la lotta alla vivisezione, ma anche per essere operativi durante le emergenze veterinarie con la “Croce a Quattrozampe” che ci consente di trasportare grandi quantità di prodotti in tempi celeri. In tutto questo la voglia di fare e dare non è unidirezionale ma c’è spazio per tutti. In questo caso abbiamo pensato di portare dei giochi per i più piccoli”.

Come sempre LEAL accompagna e sostiene chi vive un percorso di ricostruzione. “Ritorneremo ad Amatrice – conclude Prampolini – alla fine di ottobre e porteremo altri aiuti e nuove speranze ai meno fortunati”.

→ LEAL ad Amatrice, Rieti Life

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Convegno nazionale sulla sperimentazione animale

L’abbandono della sperimentazione animale non soltanto è possibile ma doveroso. Lo dobbiamo a milioni di persone che dopo decenni di ricerca sugli animali continuano ad ammalarsi e a morire di malattie che potrebbero essere prevenibili e curabili. Lo dobbiamo a milioni di animali stabulati a cui vengono sacrificate crudelmente e inutilmente, vita e salute. Esiste una ricerca ormai consolidata che non fa uso di animali, scientificamente validata, innovativa ed etica per la quale chiediamo sostegno ed implementazione. Sarà questo il tema del convegno, in cui verranno messi a confronto gli aspetti scientifici, etici, giuridici e legislativi.

Il convegno è stato organizzato da LEAL Lega Antivivisezionista sezione Ferrara insieme a Riscatto Animale per essere una occasione di approfondimento con le Autorità, le Istituzioni e in particolare con gli Istituti di Ricerca Universitari ed è aperto, con ingresso libero a tutti i cittadini.

“Perché è giunto il tramonto della sperimentazione animale”
sabato 8 ottobre 2016 dalle ore 10 alle ore 18
Palazzo della Racchetta, Via Vaspergolo, 4- 6, Ferrara

Programma del Convegno:
h 10.30 Introduzione di Gian Marco Prampolini, presidente nazionale LEAL Lega Antivivisezionista, e Claudia Corsini, presidente Riscatto Animale
h 11 Bruna Annamaria Monami, vicepresidente LEAL: “Il valore dell’etica nel tempo della Sperimentazione Animale”
h 11.30 Yuri Bautta, responsabile settore vivisezione di LAV Modena: “I macachi di Modena: una battaglia vinta”
h 12 Dott. Oriano Perata, dirigente medico S.C. Chirurgia Generale Dip. Chirurgie Ospedale Santa Corona-Pietra Ligure: “Test su animali in chirurgia”
h 13 Pausa pranzo con buffet vegano
h 14 Professore Bruno Fedi, P­rofessore di Urologia­, Primario anatomopat­ologo referente scientifico di LEAL Lega Antivivisezionista: “Vivisezione, Animalismo e Società”
h 15 Professore Marco Mamone Capria, matematico ed epistemologo presso l’Università di Perugia e presidente della Fondazione Hans Ruesch: “Come (non) è finita l’iniziativa Stop Vivisection”
h 16 Avvocato David Zanforlini, Foro di Ferrara e presidente nazionale dei Centri di azione giuridica di Legambiente: “Forse che gli animali hanno diritti?”
h 17 Dottoressa Susanna Penco, biologa e ricercatrice all’Università di Genova, da sempre obiettrice di coscienza (via Skype)
h 17.15 Onorevole Paolo Bernini, M5S: “La politica delle gabbie vuote e dei metodi sostitutivi”
Modera la dottoressa Anna Barbieri.

Info evento e partecipazione:
LEAL sezione Ferrara
Stefania Corradini
tel. 349.4021232 | lealferrara@libero.it

LEAL FERRARA CONVEGNO 2016


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Cibe acquisisce il marchio Coniglio Nero di LEAL, la certificazione dei prodotti cruelty free sicuri

CIBE_logoIn occasione dell’ultima edizione del VeganFest a Bologna, l’azienda Cibe, che produce saponi, cosmetici e detergenti per la pulizia della casa, ha presentato i suoi prodotti con il marchio Coniglio Nero, concesso da LEAL Lega Antivivisezionista e recentemente acquisito dopo severi controlli di certificazione. Il Coniglio Nero contraddistingue quei prodotti che non sono stati testati sugli animali nemmeno a partire dagli ingredienti; Cibe nel pieno rispetto di quello che è cruelty free per gli animali e per l’ambiente utilizza prodotti naturali, processi di produzione e a bassissimo impatto e una forma di commercio etico. Nel suo catalogo sono inseriti anche prodotti leciti a marchio Halal Global. → Cibe Laboratori

LEAL_Stop_Vivisezione_coniglio_nero_-LEAL Lega Antivivisezionista, coerente con le sue politiche di stop a ogni tipo di test sugli animali, concede su richiesta il marchio del Coniglio Nero ad aziende che superano i controlli dei suoi certificatori.

→ LEAL Marchio di certificazione Coniglio Nero


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Anche LEAL Cremona per gli animali vittime del terremoto

animali_terremoto_Il Comune di Cremona ha concesso a LEAL sezione Cremona tre date per organizzare tavoli informativi dedicati alla raccolta fondi per gli animali vittime del terremoto:
. sabato 24 settembre
. sabato 1 ottobre
. sabato 15 ottobre.

I tavoli saranno allestiti in corso Campi, 43-45 (di fronte al negozio Max Mara) dalle 15.15 alle 19.00.

 VI ASPETTIAMO! 

Leal sezione Cremona
Giovanna Tarquinio
giovanna.tarquinio@libero.it

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