Storia delle scoperte mediche. Approfondiamo

[testo di Alfredo Lio] CORRISPONDE ALLA VERITÀ CHE LE NOSTRE PIÙ IMPORTANTI SCOPERTE MEDICHE SIANO STATE CONSEGUITE GRAZIE ALLA SPERIMENTAZIONE ANIMALE? È VERO CHE SE NON FOSSE PER LA SPERIMENTAZIONE IN VIVO SU ANIMALI NON AVREMMO NEPPURE UN FARMACO?

Viene spesso ripetuto dai sostenitori della ”sperimentazione animale”, quasi come fosse un vero e proprio mantra, che ”praticamente tutti i più grandi progressi nella medicina umana sono stati conseguiti grazie agli studi condotti su animali”. Non poche volte, in alcuni improvvisati confronti, i miei interlocutori indicavano un elenco dei più rilevanti avanzamenti medico-terapeutici ottenuti nella pratica clinica umana a seguito di esperimenti animali, pubblicato sul sito della ”Fondazione Umberto Veronesi” a firma di Gilberto Corbellini ed Andrea Grignolio [1].

Ebbene, analizzando la cronologia dei meriti che i due predetti autori attribuiscono alla sperimentazione su animali non si può non rilevare oggettivamente delle curiose (quanto clamorose) inesattezze che risultano in ultima istanza decisamente fuorvianti per il lettore non particolarmente preparato sulla materia.

Cane ucciso dopo essere stato usato in esperimenti didattici in una università giapponese, Facoltà di veterinaria, 15/5/1991.
Foto proveniente da Java – Japan Anti Vivisection Association.

Di seguito verranno considerate alcune di queste macroscopiche inesattezze e si rappresenteranno opportune delucidazioni che potranno essere facilmente verificate dal lettore consultando i riferimenti bibliografici riportati.

(cliccare sulle immagini per ingrandirle e visualizzarle meglio)

Tra le ”scoperte e innovazioni ottenute grazie alla sperimentazione animale” prima del XX secolo viene ad esempio indicato l’utilizzo dei primi anestetici.

Sulla scoperta degli anestetici già si era espressa nel lontano 1912 (sulle pagine dello storico e prestigioso British Medical Journal) una Royal Commission d’inchiesta sulla vivisezione voluta dalla Regina Vittoria di Inghilterra. L’organismo di esperti, che pure nel ”report” rappresentò una posizione favorevole all’utilizzo di ”modelli animali” nella ricerca biomedica, dichiarò senza mezzi termini: “la scoperta degli anestetici non deve nulla agli esperimenti sugli animali” [2-3].

Dei respiratori anestetici, il cloroformio venne utilizzato la prima volta da Sir James Young Simpson nel 1847 [4-5], l’etere dal Dr Crawford W. Long nel 1842 e dal Dr William Morton nel 1846. L’utilizzo del protossido d’azoto come agente anestetico venne suggerito da Sir Humphrey Davy già nel 1800, ma solo nel 1844 venne utilizzato durante l’estrazione di un dente da un dentista di nome Horace Wells. Tutte queste innovazioni per quanto riguarda le prime pioneristiche scoperte nel campo degli anestetici sono state raggiunte mediante auto-sperimentazione (self-experimentation) od osservazioni dirette su esseri umani [4].

Il padre dell’anestesia spinale viene generalmente considerato August Bier, un medico tedesco che nel 1898 si auto-iniettò (self-experimentation) una soluzione dell’ 1% di cocaina nel suo canale spinale, al fine di osservarne gli effetti [6-7-8]. Scoperte fondamentali nel campo dell’anestesiologia furono possibili dunque grazie ad indagini condotte nella ricerca clinica umana [9].

Anche le pubblicazioni scientifiche sovvenzionate dall’industria farmaceutica confermano ampiamente questi dati storici. Koppanyi ed Avery, ad esempio, hanno affermato a tal riguardo: “Molti farmaci utili sono stati introdotti in terapie senza essere stati precedentemente valutati negli animali; la digitale, I’ipecac, la corteccia di china, ed i primi anestetici inalatori possono bastare come esempi”. [10]

Del resto, che i ”modelli animali” possano reagire in maniera significativamente differente dagli esseri umani anche per quanto riguarda la sperimentazione degli anestetici viene chiaramente documentato in letteratura [10-11-12-13].

Negli anni a cavallo tra il 1940 ed il 1950, Corbellini e Grignolio riconoscono agli studi animali anche il pieno merito di un traguardo medico epocale come lo sviluppo degli antibiotici (penicillina e streptomicina).

Anche se la penicillina venne testata con esiti positivi sui topi, durante lo sviluppo finale, la sua storia viene generalmente riconosciuta come un classico caso di ”serendipità” (ovvero una serie di circostanze fortuite, dovute al caso, che hanno portato ad una felice scoperta) e non come un esempio di risultati cruciali ottenuti a seguito di studi critici condotti su animali [14-15-16]. Interessante (ed indicativo) cosa ebbero a dichiarare gli stessi Sir Howard Walter Florey e Sir Alexander Fleming (premi Nobel e co-autori della scoperta della penicillina insieme a Sir Ernst Boris Chain): “I topi sono stati utilizzati per le prove iniziali di tossicità a causa delle loro piccole dimensioni, ma che caso fortunato è stato. Perchè l’uomo, in questo caso, reagisce come il topo e non come la cavia (guinea pig – porcellino d’India, ndr). Se avessimo usato esclusivamente cavie, avremmo dovuto dire che la penicillina era tossica e probabilmente non si sarebbe potuto procedere per cercare di superare le difficoltà di produzione della sostanza per il processo nell’uomo”.

(Sir Howard Walter Florey) [16]
“Che fortuna non aver avuto questi test su animali nel 1940, perché per la penicillina probabilmente non sarebbe mai stata concessa una licenza, e forse l’intero campo degli antibiotici non sarebbe mai stato realizzato”.

In effetti, la penicillina risulta tossica per Porcellini d’India e Criceti Siriani [10-18].

Koppanyi ed Avery: “Se fosse stata testata nei Porcellini d’India o nei Criceti Siriani, la penicillina sarebbe stata scartata”. [10]

La Dr.ssa Aysha Akhtar, Neurologa, Specialista di Salute Pubblica e membro della US FDA (organismo di farmacovigilanza degli U.S.A.) ha affermato: “Molti farmaci utili assunti in modo sicuro dagli esseri umani per decenni, come l’aspirina e la penicillina, oggi potrebbero non essere disponibili se i requisiti normativi attuali che richiedono sperimentazione sugli animali erano in vigore durante il loro sviluppo”. [18]

Per quanto riguarda la streptomicina, c’è da dire che la sua efficacia venne rilevata in vitro [16] e gli studi animali fallirono sostanzialmente nell’identificare gli effetti collaterali osservati su esseri umani [16].

E veniamo ora allo sviluppo del vaccino anti-polio, della clorpromazina, di altri farmaci destinati al trattamento dei disturbi del sistema nervoso centrale, e del trapianto di reni.

Benché largamente accreditata dai sostenitori della ”s.a.” come ”prova evidente della sua indispensabilità”, la storia dello sviluppo del vaccino anti-polio dimostra quanto gli studi animali possano in realtà ostacolare seriamente il lavoro dei ricercatori con conseguenti infauste ricadute sulla salute pubblica. Infatti, esperimenti fatti sulle scimmie si rivelarono fuorvianti e ritardarono l’applicazione del vaccino per più di 30 anni [19-20-21-22].

E cosa dire del trapianto di reni reso possibile ”grazie ad esperimenti condotti sui cani” (stando almeno a quanto indicato nell’elenco oggetto di questa analisi critica)? Semplicemente che, anche in questo caso, la realtà storica risulta alquanto divergente dalla versione proposta dagli autori del suddetto elenco.

Infatti, come per lo sviluppo del vaccino anti-polio, il trapianto di rene fu procrastinato per molti anni proprio a causa di esperimenti su animali. Simonsen e Dempster, tra i più attivi sperimentatori su cani, sostennero che i trapianti di rene non avrebbero potuto in alcun modo funzionare sugli esseri umani a causa della violenza del rigetto. Ciononostante, dei chirurghi americani di Boston, coordinati dal Dr David Hume, decisero comunque di tentare tali trapianti sulle persone, poiché, avendo osservato una naturale riduzione delle difese immunitarie nei pazienti con gravi problemi al rene, avevano concluso che con molta probabilità questi pazienti avrebbero tollerato l’impianto meglio dei cani in buone condizioni di salute. L’équipe del Peter Bent Brigham ignorò i risultati ottenuti sugli animali e tentò i trapianti sui pazienti, che funzionarono per ben sei mesi, cioè circa dieci volte il limite di tempo raggiunto nei cani.

Anche se nell’articolo descrittivo dei loro progressi gli autori di questo importante intervento suggerivano di approfondire le ricerche del caso su animali, affermarono e confermarono dati di fatto particolarmente interessanti che smentiscono storicamente quanto sostenuto dal Corbellini e dal Grignolio:

Letteralmente: “I nostri risultati sembrano indicare che: 1) la malattia del paziente può, in alcune circostanze, influenzare il corso del trapianto, 2) è possibile effettuare trapianti renali nell’umano che sopravvive e funziona per un periodo di tempo molto più lungo rispetto a quelli riportati per ogni animale sperimentale, e 3) che il rigetto del trapianto umano non è sempre paragonabile a quello osservato nel cane”.

“La risposta immunitaria ad un rene trapiantato nell’umano è meno intensa di quella negli esperimenti su animali riportati in letteratura, e quelli nella nostra esperienza (59). Non possiamo essere d’accordo, sulla base dello studio precedente, con Loeb, che afferma che maggiore nella scala filogenetica un animale è, maggiore è la sua capacità di sviluppare la formazione di anticorpi; né con Dempster, che nell’accettare questo detto (33) afferma che “esperimenti sufficienti (su animali, ndr) sono stati effettuati per mettere bene in chiaro che qualsiasi tentativo di trapianto renale negli esseri umani, in questa fase, è destinato a fallire e sarebbe una procedura pericolosa”. [23]

Dunque, come abbiamo avuto modo di verificare, la PRIMA equipe medica al mondo che tentò un trapianto di rene, con risultati apprezzabili (e fondamentali ai fini dei successivi avanzamenti), che pur si avvaleva di ricerche su animali, decise di ignorare i risultati osservati su questi ultimi i quali suggerivano inequivocabilmente che ”qualsiasi tentativo di trapianto renale negli esseri umani, in questa fase, è destinato a fallire e sarebbe una procedura pericolosa”.

E QUESTA È STORIA.

Per quanto concerne invece lo sviluppo dei farmaci antipsicotici (come la clorpromazina, conosciuta anche come torazina, impiegata ad es. nel trattamento della schizofrenia) ed antidepressivi, risulterà interessante rilevare che anche questo esempio rimarca invero il ruolo cruciale svolto nello sviluppo medico dalla serendipità e dall’osservazione clinica del paziente più che da studi critici condotti su animali per predire il comportamento del farmaco (oggetto di sperimentazione) negli esseri umani [15-24-25-26].

Davis, per esempio, ha riferito che: “Molti dei farmaci psicotropi sono stati scoperti per puro caso quando somministrati inizialmente per un’ indicazione sono stati dimostrati in seguito utili per una condizione completamente diversa. La storia dello sviluppo dei farmaci antidepressivi e quelli antipsicotici sottolinea il fatto che grandi scoperte scientifiche possono evolversi come conseguenza di un’indagine clinica (su esseri umani, ndr), piuttosto che come deduzioni provenienti dalla ricerca di base animale”. [27]

Non sorprende che, come per altre aree di ricerca, i ”modelli animali” utilizzati per realizzare farmaci utili destinati al trattamento dei disturbi del sistema nervoso centrale umano vengano generalmente riconosciuti come inadeguati per gli scopi prefissi [28-29-30-31], anzi si può ritenere, fondatamente, che abbiano fatto scartare precocemente dal processo di sviluppo potenziali farmaci efficaci e sicuri prima della sperimentazione su esseri umani [32-33].

In riferimento alla Levodopa (L-DOPA), quanto riportato nel predetto elenco risulta doppiamente fuorviante.

Primo: la Levodopa, anche se impiegata per il suo trattamento, NON cura la malattia di Parkinson, infatti non esiste ad oggi nessun trattamento terapeutico che possa curare o rallentare la progressione della malattia [34].

Secondo: le principali scoperte inerenti la malattia del Parkinson sono state conseguite mediante studi epidemiologici, studi clinici, ricerca genetica, studi di tessuti umani ed autopsie. La Levodopa rimane il farmaco più utile e potente contro la malattia. Le scoperte pionieristiche in questo settore risalgono ad Oleh Hornykiewicz, alla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso. La vera svolta si ebbe quando: “anziché utilizzare i modelli animali della malattia, come molti altri facevano, ho avvertito che il miglior modo per testare la mia idea era andare direttamente al cervello umano e vedere se nella malattia di Parkinson ci fosse o no una mancanza di dopamina” [35].

L’esame istologico dei campioni eseguito post mortem diede ragione a Hornykiewicz, ed il suo lavoro condusse direttamente al primo positivo test clinico per la sostituzione della dopamina nei malati di Parkinson.

Farmaci per il trattamento dell’Asma? Se si considera l’attuale arsenale clinico-terapeutico anti-asma, rappresentato soprattutto da corticosteroidi, beta-agonisti, teofillina, cromoni ed antileucotrieni, solo di questi ultimi si può affermare che la scoperta iniziale e lo sviluppo per l’impiego medico si sono basati sulla ”sperimentazione animale” [36].

Curioso ed interessante annoverare finanche nel (mi si consenta) singolare elenco in questione lo sviluppo dei farmaci antiretrovirali e la terapia anti-HIV come meriti riconosciuti agli studi animali.

In realtà, la stragrande maggioranza dei più importanti progressi conseguiti in quest’area di studio sono da attribuirsi, ancora una volta, ad osservazioni cliniche fatte direttamente sugli esseri umani unitamente ad approcci di ricerca ”human-based” (incentrati cioè sullo studio della biologia umana).

Infatti, è stata la ricerca clinica sugli esseri umani ad isolare il virus dell’HIV, a descrivere il decorso naturale della malattia ed identificare i fattori di rischio, e non la ”s.a.”. Con la ricerca in silico (sistemi computazionali) e quella in vitro (coltura di cellule e di tessuto), utilizzando globuli bianchi umani, sono state definite sia l’efficacia sia la tossicità degli attuali farmaci anti-AIDS, inclusi l’AZT, il 3TC ed enzimi inibitori (protease inhibitors), che hanno inciso significativamente sull’aspettativa di vita del paziente affetto da AIDS. Nella letteratura scientifica questo viene dichiarato e dimostrato in maniera del tutto irrefutabile [37-38-39-40-41-42-43-44].

Barh et al. (2011) hanno riferito che:

“In conclusione, gli spunti critici sull’AIDS, sul suo meccanismo, e la sua terapia sono derivati esclusivamente da studi in vitro ed in vivo su esseri umani, mentre gli studi animali hanno sostanzialmente fallito nel riprodurre l’AIDS umano”. [42]

Allo stesso modo, Haigwood et al. (2008) hanno affermato:

“È importante sottolineare che, le prime ricerche nei laboratori accademici e nell’industria hanno portato allo sviluppo farmacologico dei farmaci anti-HIV o antiretrovirali (ARV) in assenza di modelli animali […] quasi tutti i farmaci antiretrovirali attualmente in uso sono stati approvati senza tests di efficacia eseguiti su modelli animali”. [38]

Stimolazione Cerebrale Profonda (Deep Brain Stimulation) per il trattamento della malattia di Parkinson: l’effetto terapeutico della stimolazione cerebrale profonda, spesso affermata dai sostenitori della “s.a.” di essere stata sviluppata attraverso esperimenti critici eseguiti sui primati non-umani (PNU), è stato originariamente rilevato a seguito di osservazioni sugli esseri umani, autopsie, prove chirurgiche ed errori, avanzamenti in ingegneria ed informatica, e non può essere riconosciuto in maniera categorica agli studi animali [45-46-47-48]. Tali osservazioni focalizzate su esseri umani, da cui derivano le indagini e gli spunti scientifici alla base dello sviluppo della DBS, hanno preceduto di numerosi anni quelle rilevate sui primati non-umani utilizzati in quest’area di ricerca.

Considerazioni Finali

Benché vi siano ulteriori punti su cui edificare argomenti concreti per una riesamina, quanto meno lecita, del contributo effettivo fornito dagli studi animali ai progressi medici citati nell’elenco oggetto di questo articolo, ritengo che quanto già rappresentato e chiarito possa essere sufficiente per indurre il lettore ad un’opportuna riflessione sui contenuti che vengono divulgati dai favorevoli all’utilizzo di animali nella ricerca medico-scientifica (forse talvolta con eccessiva superficialità).

Alfredo Lio

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[44] Haigwood, N, L. Predictive value of primate models for AIDS. AIDS Rev. 2004 Oct-Dec;6(4):187-98. http://www.aidsreviews.com/files/2004_06_4_187-198.pdf

[45] Greek, R. & Hansen, L, A. The Development of Deep Brain Stimulation for Movement Disorders. J Clinic Res Bioeth 2012, 3:137. doi: 10.4172/2155-9627.1000137. http://www.omicsonline.org/the-development-of-deep-brain-stimulation-for-movement-disorders-2155-9627.1000137.pdf

[46] Menache, A. & Beuter, A. Commentary: Lessons from the Analysis of Non-human Primates for Understanding Human Aging and Neurodegenerative Diseases. Front Hum Neurosci. 2016; 10: 33. Published online 2016 Feb 2. doi: 10.3389/fnhum.2016.00033. http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC4735440/

[47] Bailey, J. & Taylor, K. Non-human primates in neuroscience research: The case against its scientific necessity. Altern Lab Anim. 2016 Mar;43(1):43-69. http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/27031602

[48] Maxwell, M. Lies, Damned Lies and Monkey Science. VERO. http://www.vero.org.uk/Openletter.pdf


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Invito evento La Voce dei Senza Voce

LA VOCE DEI SENZA VOCE organizzato da LEAL e FIBA:
mercoledì 29 maggio 2019 ore 20.00
Saloncino “La Pianta”
via Leopardi, 9
Corsico (Milano)
ingresso libero e aperitivo vegano e vegetariano facoltativo 5 euro.

Interverranno
Dottoressa Sabrina Sottile: Malattie infettive del gatto
Barbara Mozzati: LEAL sezione Palermo – Diversamente Micio una catena che unisce l’Italia
Cristina Marinoni: Assicurazione sì assicurazione no
LEAL: Una ricerca che tuteli ogni forma di vita
Presidente Gian Marco Prampolini
Giovanna Rossi responsabile LEAL Monza e Brianza
Fulvio Gallucci responsabile FIBA Corsico.

clicca sull’immagine per ingrandirla

LEAL Sezione di Palermo ha come responsabile Giusi Terrazzino che ha fondato “Diversamente Mici” che di fatto è una meravigliosa catena di solidarietà che attraversa l’Italia per salvare, garantire libertà, cure e un futuro ai gatti in condizioni disperate. Felini recuperati dal canile lager di Palermo, da maltrattamento, da segnalazioni o incidentati. Con la collaborazione delle volontarie, tra le quali la preziosa Barbara Mozzati che fa base a Corsico.

Giusi e Barbara affrontano con competenza e determinazione ogni situazione difficile che si presenta e cercano di salvare, curare, recuperare restituendo una vita dignitosa ogni micio che viene accolto da loro. Il lavoro da fare è davvero tanto: stalli, pensioni, terapie e cure assidue, l’organizzazione di tavoli e eventi e raccolte fondi per pagare ricoveri, degenze e farmaci veterinari, degenze e acquisto di farmaci veterinari.

Solo a fine percorso, quando poi il gatto sfortunato diventa finalmente un “Diversamente Micio” a tutti gli effetti si occupano di trovare per lui o lei una famiglia adatta: a questo ci pensa Barbara che segue anche la parte dei controlli pre e post affido.

LEAL vi aspetta alla serata di mercoledì 29 maggio anche per farvi conoscere Barbara e mostrarvi da vicino questa magnifica realtà!

LEAL sezione Palermo e provincia
Giusi Terrazzino

lealpalermo@libero.it

LEAL sezione Monza e Brianza
Giovanna Rossi
, tel. 346 6145821 (dalle 15 alle 20)
leal.monzabrianza@gmail.com


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Video intervista a LEAL sezione di Pescara e Teramo

LEAL intervistata sui gatti chiusi nel cantiere dell’ex manicomio di Teramo: Elvira Giancaterino, responsabile della sezione LEAL locale, ha dichiarato: “Hanno ammesso di avere visto i gatti nell’ex manicomio e il Comune ha sottovalutato il problema. Gli animalisti non sono stati presi in considerazione e ormai hanno ammesso tutti che i gatti ci sono davvero”.

→ Articolo e video EkuoNews.it


 
LEAL sezione Pescara e Teramo
Elvira Giancaterino
, tel. 340 4050650
elvira.giancaterino@gmail.com


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Novità per i gatti prigionieri nel cantiere dell’ex manicomio di Teramo

18 maggio 2019. Novità per i gatti prigionieri senza acqua e cibo nel cantiere dell’ex manicomio femminile di Teramo. Dopo le vivaci proteste degli attivisti e l’interesse dei media, finalmente venerdì 17 maggio alle ore 18.30 le associazioni che agiscono in tutela degli animali alla presenza di rappresentanti delle Istituzioni e giornalisti, sono entrate nella struttura dell’ex manicomio della città.

LEAL Lega Antivivisezionista ha seguito la terribile vicenda dei gatti dall’inizio e grazie all’impegno della vicepresidente Bruna Monami, coadiuvata della responsabile della sezione locale Elvira Giancaterino, è intervenuta collaborando con i volontari già attivi.

Bruna Monami spiega: “Gli elementi riscontrati all’interno della struttura indicano chiaramente la presenza di animali, anche malati. In via del Baluardo poi sono state trovate gatte in stato di gravidanza e piccoli ancora in lattazione e sono stati recuperati e soccorsi anche dei cuccioli malati già affidati alle cure veterinarie nonché un gattino già deceduto. All’interno della struttura i volontari hanno lasciato abbondante cibo e acqua per coprire il fine settimana fino al lunedì 20 maggio, giorno di riapertura del cantiere dove ci saranno quindi delle persone autorizzate dal Comune che potranno entrare per sfamare gli animali”.

Le Autorità presenti non hanno escluso sul momento una collaborazione con i volontari del luogo, cosa che LEAL dovrà verificare: come associazione deputata al benessere animale LEAL ha la prerogativa di una fattiva collaborazione con le Istituzioni a garanzia di risultati concreti.

LEAL seguirà i felini in attesa che il Sindaco individui il posto che ospiterà definitivamente i gatti. Un luogo che come richiesto dovrà essere idoneo e in sicurezza dove gli animali potranno e dovranno essere tutelati. Nel frattempo i gatti malati devono essere curati, censiti e sterilizzati e poi seguiti dai volontari. I bellissimi cuccioli recuperati saranno dati in adozione appena possibile. Ma anche per il futuro LEAL farà richiesta per poter collaborare al controllo della gestione delle colonie tramite i suoi rappresentanti.

Visto l’incontro con l’Amministrazione, il sit-in di protesta previsto per domenica 19 maggio è annullato.

Nelle foto i gattini recuperati e il cucciolo trovato morto.


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Gian Marco Prampolini presidente di LEAL intervistato al TG del 13 maggio 2019 a Telereporter

Il presidente di LEAL Lega Antivivisezionista Gian Marco Prampolini è stato intervistato in merito all’importante progetto di legge per la promozione dei metodi alternativi sostitutivi alla sperimentazione animale che su richiesta di LEAL la portavoce Silvia Piccinini M5S Regione Emilia Romagna ha depositato pochi giorni fa a sua firma. Testo del progetto → a questo link (pdf).
Ci auguriamo che la Regione Emilia Romagna accolga la proposta di promozione di metodi sostitutivi come già fatto dalla Regione Piemonte in data 16 luglio del 2018. Abbiamo bisogno di reali innovazione nel settore scientifico che non deve rimanere ancorato alla ricerca tradizionale, ma deve essere per sua natura in evoluzione.


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“Stop sperimentazione animale” in Regione Emilia Romagna su proposta di LEAL presentato un progetto di legge

Su richiesta di LEAL Lega Antivivisezionista è stato appena depositato in Regione Emilia Romagna, un importate progetto di legge per la promozione dei metodi alternativi sostitutivi alla sperimentazione animale a firma di Silvia Piccinini, portavoce M5S. Testo del progetto → a questo link (pdf).

L’utilizzo di animali non-umani o modelli animali nella ricerca scientifica è sempre più sentito con senso critico dall’opinione pubblica che si interroga sugli aspetti anche etici rispetto a queste metodologie. Molti medici e ricercatori sono consapevoli che la sperimentazione sugli animali non porti a dei validi risultati quando li rapportiamo agli esseri umani. Abbiamo bisogno di una svolta per rispondere all’esigenza di ricorrere a metodi di ricerca tecnologicamente più avanzati che permettano di trovare le cure di per tante malattie.

“Ricordiamo inoltre – aggiunge Gian Marco Prampolini, presidente di LEAL – che ci sono eccellenti professionalità che se adeguatamente finanziate, come accade per la sperimentazione animale, sarebbero messe in grado di trovare soluzioni e cure a tante patologie. Ci auguriamo che la Regione Emilia Romagna accolga la proposta di promozione di metodi sostitutivi come già fatto dalla Regione Piemonte in data 16 luglio del 2018. Abbiamo bisogno di reali innovazione nel settore scientifico che non deve rimanere ancorato alla ricerca tradizionale ma deve essere per sua natura in evoluzione”.


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Sit-in domenica 19 maggio per i gatti di Teramo chiusi in una struttura a cui i volontari non possono accedere

Domenica 19 maggio 2019
dalle ore 11:30 alle 13:45
in piazza S. Francesco

→ Pagina fb evento

L’ex manicomio di Teramo sarà oggetto di lavori di ristrutturazione grazie a finanziamenti ricevuti per tale scopo. Nello stabile verrà creato un centro di ricezione da annettere all’Università del luogo. Questa come ricordano gli addetti ai lavori è una grande occasione per il diffondersi della cultura. Ma non può esserci cultura laddove non esiste il rispetto per gli esseri indifesi. Nell’imminenza dei lavori l’ex manicomio è stato chiuso e sono state sigillate tutte le aperture.

Nel luogo da molti anni esiste una colonia felina regolarmente censita che come previsto dalla legge, deve essere tutelata in primis dalle istituzioni. Ma esiste anche, come scrivono gli abitanti del quartiere, altri gatti che si sono stabiliti in una zona più interna della struttura, zona inaccessibile ai volontari. Gli abitanti riferiscono che questi gatti piangono e urlano perché non hanno da mangiare e nemmeno da bere.

In una intervista televisiva il Sindaco afferma che la colonia è stata spostata e quelli rimanenti non sono della colonia ma sono “randagi”. RICORDIAMO AL SINDACO DI TERAMO CHE I TUTTI I GATTI ANCHE SE RANDAGI, SONO PROPRIETÀ DELLE ISTITUZIONI CHE DEVONO BADARE AL LORO BENESSERE.

Tutti i gatti sono randagi prima di essere censiti in una colonia. E se il numero degli animali aumenta perché si riproducono, come Madre Natura comanda, la responsabilità ricade sulla Amministrazione e sulla ASL che non ha provveduto alla sterilizzazione degli animali. I volontari affermano che soltanto quattro gatti della colonia sono stati catturati e portai via. Tra loro c’erano mamme che sono state allontanate dai cuccioli che sono morti. Di questi gatti comunque non si conosce al momento la destinazione. Al momento tutte le aperture sono state chiuse, comprese gattaiole e buchi nei muri o nei cancelli.

LEAL chiede, insieme a tutti gli attivisti e volontari, che TUTTI i gatti vengano censiti con l’aiuto e che sia individuato un luogo idoneo dove trasferire TUTTI gli animali in sicurezza per garantire il loro benessere e la loro incolumità. Ma bisogna fare in fretta! Chiediamo anche di conoscere il luogo in cui sono stati trasferiti i gatti prelevati.

→ Comunicato stampa congiunto


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Animali non umani vivisezione o sperimentazione animale?

[testo di Alfredo Lio] L’utilizzo di animali non-umani (di seguito definiti semplicemente animali o “modelli animali”) nella ricerca avente propositi scientifici è un tema certamente delicato e complesso, ma anche molto sentito dall’opinione pubblica che da sempre si interroga sugli aspetti (anche) etici relativi a questa “ingombrante”, quanto attuale, realtà per non pochi aspetti di rilevanza sociale.

Nel 1959, due accademici britannici, William Russell e Rex Burch, proposero un principio che sarebbe stato nei decenni a venire, fino ai giorni nostri, riferimento ed ispirazione non solo per i membri della comunità scientifica, ma anche per le istituzioni politiche chiamate a legiferare in materia di animali e ricerca. Questo principio è noto come “3R”, ovvero “refinement” (cioè migliorare il test in questione, onde, ad esempio, cagionare all’animale utilizzato quanto meno dolore possibile), “reduction” (cioè ridurre il numero di animali da utilizzare in un determinato protocollo sperimentale) e “replacement” (cioè sostituire definitivamente l’animale vivo per quel particolare tipo di test) [2].

Come detto, le normative vigenti, inclusa la direttiva europea 2010/63 [3], recepita dall’Italia con il decreto legislativo n. 26 del 4 marzo 2014 [4], contemplano le 3R come elemento centrale da tenere in considerazione in riferimento all’utilizzo di animali per fini scientifici.

Discutendo di animali e ricerca, uno dei punti su cui non è affatto raro intravedere la chiara contrapposizione tra contrari da una parte e favorevoli dall’altra è il ricorso ad un certo tipo di terminologia. C’è chi definisce generalmente l’utilizzo di animali in procedure sperimentali potenzialmente stressanti e dolorose come “vivisezione”, chi invece contesta questo termine preferendo invece parlare di “sperimentazione animale”.

Si può senz’altro affermare che con “sperimentazione animale” ci si riferisce per convenzione ad ogni tipo di esperimento condotto con animali non necessariamente doloroso e stressante per l’animale stesso.

Ma cosa significa invece “vivisezione”?

L’Enciclopedia Treccani (Dizionario di Medicina), ad esempio, ne riporta la seguente spiegazione: “Atto operatorio su animali vivi, svegli o in anestesia totale o parziale, privo di finalità terapeutiche ma tendente a promuovere, attraverso il metodo sperimentale, lo sviluppo delle scienze biologiche, o a integrare l’attività didattica o l’addestramento a particolari tecniche chirurgiche o, più raramente, a fornire responsi diagnostici. Con significato più estensivo, il concetto di v. può essere applicato a tutte quelle modalità di sperimentazione, non necessariamente cruente, capaci di indurre lesioni o alterazioni anatomiche e funzionali (ed eventualmente la morte) negli animali da laboratorio.” [5]

In maniera più o meno similare, il Merriam-Webster, uno dei maggiori dizionari in lingua inglese, alla voce “vivisection”: “taglio/operazione su animale vivo, di solito per indagini fisiologiche o patologiche. In generale: la sperimentazione animale, specialmente se considerata causa di angoscia per il soggetto”. [6]

La “vivisezione” può essere dunque considerata come una parte di rilievo della “sperimentazione animale”.

Vero è che tra “addetti ai lavori” si preferisce ricorrere all’utilizzo di “sperimentazione animale” e non “vivisezione” e il perché può essere facilmente compreso: essere generalmente etichettati dalla massa come individui capaci di causare significativa sofferenza e disagio, e finanche la morte, ad animali indifesi non deve essere sicuramente piacevole e gratificante. Il termine “vivisezione” richiama d’istinto la mente al ricorso a pratiche sperimentali, come già detto, potenzialmente cruente, stressanti e dolorose. Il termine “sperimentazione animale” appare invece “neutro” e più “digeribile” dal cittadino medio.

Apro e chiudo parentesi: provo sincera stima e rispetto per chi all’interno della comunità scientifica si prodiga realmente per il progresso umano, per la tutela ed il benessere di altre specie animali e più in generale per la salvaguardia del pianeta che ci ospita tutti.

Tuttavia, può capitare, sebbene raramente, che la parola “vivisezione” appaia anche negli ambienti scientifici maggiormente “conservatori”, che da sempre sostengono l’utilizzo di animali nella ricerca biomedica e tossicologica.

Ad esempio, in un editoriale non firmato del 2013, la prestigiosa ed importantissima rivista scientifica Nature, tra le più autorevoli al mondo, nel difendere il lavoro dei ricercatori impegnati in test sperimentali con animali dichiarò: “Gli animali da laboratorio devono avere il miglior standard di cura se dobbiamo giustificare il loro uso nella scienza. Quando un’istituzione viene giudicata inadempiente, gli altri dovrebbero cercare di rivedere le loro pratiche di benessere degli animali […] gli animali sono soggetti vulnerabili e gli scienziati che li usano nei laboratori, in osservanza della legge britannica, devono lavorare per proteggere non solo il loro benessere fisico, ma anche il loro stato emotivo. Di conseguenza, i ricercatori e coloro che sostengono i loro sforzi, compresa questa rivista, possono rispondere ai critici dell’etica della vivisezione con le doppie difese che questo lavoro è essenziale e condotto sotto stretto controllo”. [7]

Solitamente, in un maldestro quanto imbarazzante tentativo di negazione ad oltranza dell’evidente ed irrefutabile, i sostenitori della sperimentazione animale dichiarano che la vivisezione non venga più praticata al giorno d’oggi e che in Italia sia vietata da 20 anni o 30 o 40, da questa o quella normativa. Tali asserzioni risultano chiaramente false e prive di fondamento.

Non esiste una sola normativa in Italia, nell’Unione Europea, negli Stati Uniti d’America, in Cina, in Russia etc. etc., che vieti espressamente la vivisezione, come descritta nei maggiori dizionari ed enciclopedie al mondo.

Ad esempio, la suddetta normativa europea 2010/63, alla voce “procedura” (art. 3, comma 1) riferisce: “qualsiasi uso, invasivo o non invasivo, di un animale a fini sperimentali o ad altri fini scientifici dal risultato noto o ignoto, o a fini educativi, che possa causare all’animale un livello di dolore, sofferenza, angoscia o danno prolungato equivalente o superiore a quello provocato dall’inserimento di un ago conformemente alle buone prassi veterinarie. Ciò include qualsiasi azione che intenda o possa determinare la nascita o la schiusa di un animale o la creazione e il mantenimento di una linea di animali geneticamente modificata in queste condizioni, ma esclude la soppressione di animali con il solo intento di impiegarne gli organi o i tessuti”.

Giova far presente che tale direttiva autorizza perfino sperimentazioni sull’animale anche senza il ricorso ad agenti anestetici o analgesisi, purché motivato dal ricercatore (art.14, comma 2): “Allorché si decide sull’opportunità di ricorrere all’anestesia si tiene conto dei seguenti fattori: a) se si ritiene che l’anestesia sia più traumatica per l’animale della procedura stessa; e b) se l’anestesia è incompatibile con lo scopo della procedura”.

Un eloquente esempio del tipo di procedure sperimentali autorizzate dalla direttiva 2010/63, può essere il seguente: toracotomia senza somministrazione di idonei analgesici (allegato VIII, “classificazione della gravità delle procedure”, sezione III, ” esempi di procedure assegnate a ciascuna delle categorie di gravità in base a fattori relativi al tipo di procedura”, nr 3 “grave”, lettera f).

Che cos’è la toracotomia? In sostanza, è un’apertura chirurgica del torace.

Che gli animali utilizzati in laboratorio siano soggetti a procedure sperimentali che possono implicare significativo stress e sofferenza è un dato di fatto. L’anestesia, come specificato nelle normative di riferimento come quella europea, può anche essere esclusa in quanto potrebbe interferire ed alterare il risultato del test.

Ulteriore esempio. Carbone fa presente che: “Indubbiamente, l’attuale status quo consente agli esseri umani di causare dolore agli animali da laboratorio. L’AWA, le linee guida per la cura e l’utilizzo degli animali da laboratorio, e l’attuale politica del servizio sanitario pubblico consentono la conduzione di quelli che sono spesso definiti studi di ‘Categoria E’ – esperimenti in cui si ritiene che gli animali subiscano significativo dolore o disagio che non verranno alleviati perché i trattamenti analgesici possono interferire con l’esperimento [3], [5], [6]. Un esempio tra molti potrebbe essere lo studio di nuovi antidolorifici per il trattamento dell’artrite, in cui una coorte di controllo di animali non viene trattata, mentre i gruppi sperimentali ricevono gli antidolorifici da testare (che a loro volta potrebbero anche non alleviare il dolore)”. [8]

L’NC3Rs, il centro britannico relativo alle 3R, riferimento per accademici, istituzioni politiche ed industria farmaceutica, per quanto riguarda le ricerche sui vari tipi di cancro riferisce che: “Le procedure sperimentali del caso che coinvolgono animali possono causare a questi sofferenza ed angoscia. Spesso è necessaria la chirurgia per l’impianto tissutale, e lo sviluppo del tumore può inibire il normale comportamento dell’animale e causargli dolore, a seconda del sito di crescita. Allo stesso tempo, il tasso di fallimento dei farmaci oncologici in fase di sviluppo è tra i più alti in paragone con altre aree di studio, e la probabilità che un farmaco antitumorale venga approvato dopo la sperimentazione su esseri umani è solo del 7%. Gli attuali modelli roditori spesso mostrano una traduzione limitata negli studi clinici, e questa mancanza di concordanza tra modelli animali e cancro umano contribuisce al predetto tasso di fallimento farmacologico ed ostacola lo sviluppo di trattamenti anti-tumorali più efficaci”. [9]

Non penso occorra aggiungere altro per chiarire meglio l’opportunità di definire “vivisezione” o “sperimentazione animale” il tipo di esperimenti sopra descritti in cui vengono utilizzati, e spesso infine “sacrificati”, animali vivi.

Ma a prescindere dalla terminologia utilizzata, non poche volte in maniera strumentale da contrari e favorevoli, è veramente questo quello che più dovrebbe interessare l’opinione pubblica? O forse la società dovrebbe cominciare a chiedersi seriamente, come sta avvenendo da non poco tempo tra gli stessi ambienti interessati (comunità scientifica, istituzioni politiche ed industria farmaceutica), se gli studi animali siano uno strumento realmente efficace per gli scopi prefissi e dichiarati, non ultima per quanto riguarda la tutela della salute pubblica, e non un paradigma obsoleto e superato che, alla luce delle conoscenze scientifiche acquisite e di quelle evidenze sempre più numerose ed inequivocabili, dovrebbe cedere il passo a quell’auspicato progresso che porta inevitabilmente ad un nuovo tipo di approccio metodologico, supportato oltre che da fondamenta scientifiche più robuste anche da una maggiore e meno discussa etica?

Che gli studi animali vengano oggi riconosciuti come una delle cause maggiori, se non la principale, alla base dell’alto, e costosissimo, tasso di fallimento farmacologico rilevato nel processo di sviluppo è cosa ben nota e largamente documentata [10-11-12]. Per molte aree di studio il contributo offerto dai “modelli animali” si è rivelato decisamente marginale se non completamente fallimentare [13-14-15-16-17]. Si consideri inoltre che è cosa ben nota e largamente documentata anche la lacerante consapevolezza tra addetti ai lavori sulla fondatissima probabilità che gli studi animali abbiano contribuito a far “cestinare” prematuramente nel processo di sviluppo farmaci potenzialmente importanti, se non salva-vita [18-19], in quanto i (fuorvianti) dati animali non giustificavano successive sperimentazioni su esseri umani.

Nel frattempo, milioni sono le vittime che non hanno più voce: generazioni di malati rimasti senza una valida cura e centinaia di milioni di animali, sacrificati sugli altari di una controversa ed oggi più che mai discutibile metodologia di ricerca sperimentale.

E dunque, vogliamo ancora continuare a parlare di “vivisezione” o “sperimentazione animale”?

O forse è il caso di spostare l’attenzione su altro?

Alfredo Lio
7 maggio 2019

Bibliografia

[2] Russell, W, M, S. and Burch, R, L. (1959) The Principles of Humane Experimental Technique. Link: http://altweb.jhsph.edu/pubs/books/humane_exp/het-toc

[3] Direttiva 2010/63/UE del parlamento europeo e del consiglio, del 22 settembre 2010, sulla protezione degli animali utilizzati a fini scientifici. Link: https://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=OJ:L:2010:276:0033:0079:it:PDF

[4] Decreto legislativo 4 marzo 2014, n. 26. Attuazione della direttiva 2010/63/UE sulla protezione degli animali utilizzati a fini scientifici. Link: https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2014/03/14/14G00036/sg

[5] Vivisezione. Treccani, Dizionario di Medicina (2010). Link: http://www.treccani.it/enciclopedia/vivisezione_%28Dizionario-di-Medicina%29/

[6] Vivisection. Merriam-Webster. Link: https://www.merriam-webster.com/dictionary/vivisection

[7] Failure of care. Nature, 10 December 2013. Link: https://www.nature.com/news/failure-of-care-1.14332

[8] Carbone, L. Pain in Laboratory Animals: The Ethical and Regulatory Imperatives. PLoS One. 2011;6(9):e21578. doi: 10.1371/journal.pone.0021578. Epub 2011 Sep 7. Link: https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/21915253

[9] Workshop report: Minimising animal use in preclinical oncology research. NCR3s, 15 Jul 2016. Link: https://nc3rs.org.uk/crackit/news/workshop-report-published-minimising-animal-use-preclinical-oncology-research

[10] Huh, D. et al. A human disease model of drug toxicity-induced pulmonary edema in a lung-on-a-chip microdevice. Sci Transl Med. 2012 Nov 7;4(159):159ra147. doi: 10.1126/scitranslmed.3004249. Link: https://stm.sciencemag.org/content/4/159/159ra147.full

[11] Mathur, A. et al. Human iPSC-based cardiac microphysiological system for drug screening applications. Sci Rep. 2015 Mar 9;5:8883. doi: 10.1038/srep08883.

[12] Materne, E, M. et al. A multi-organ chip co-culture of neurospheres and liver equivalents for long-term substance testing. J Biotechnol. 2015 Jul 10;205:36-46. doi: 10.1016/j.jbiotec.2015.02.002. Epub 2015 Feb 9. Link: https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/25678136

[13] Martić-Kehl, M, I. et al. Quality of Animal Experiments in Anti-Angiogenic Cancer Drug Development–A Systematic Review. PLoS One. 2015 Sep 30;10(9):e0137235. doi: 10.1371/journal.pone.0137235. eCollection 2015. Link: https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/26421849

[14] Holloway, P, M. and Gavins, F, N. Modeling Ischemic Stroke In Vitro: Status Quo and Future Perspectives. Stroke. 2016 Feb;47(2):561-9. doi: 10.1161/STROKEAHA.115.011932. Epub 2016 Jan 7. Link: https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/26742797

[15] Pistollato, F. et al. Alzheimer disease research in the 21st century: past and current failures, new perspectives and funding priorities. Oncotarget. 2016 Jun 28;7(26):38999-39016. doi: 10.18632/oncotarget.9175. Link: https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/27229915

[16] Langley, G, R. et al. Towards a 21st-century roadmap for biomedical research and drug discovery: consensus report and recommendations. Drug Discov Today. 2016 Oct 28. pii: S1359-6446(16)30390-7. doi: 10.1016/j.drudis.2016.10.011. Link: https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/27989722

[17] Marshall, L, J. and Willett, C. Parkinson’s disease research: adopting a more human perspective to accelerate advances. Drug Discov Today. 2018 Dec;23(12):1950-1961. doi: 10.1016/j.drudis.2018.09.010. Epub 2018 Sep 18. Link: https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/30240875

[18] Pankevich, D, E. et al. Improving and Accelerating Drug Development for Nervous System Disorders. Neuron. 2014 Nov 5; 84(3): 546–553. Published online 2014 Nov 5. doi: 10.1016/j.neuron.2014.10.007. Link: https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/25442933

[19] Biomed21. A human pathway-based approach to disease and medicine. White paper. NIH Fishers Lane Conference Center, Bethesda, MD (U.S.A.), 26-27 June 2017. Link: https://ntp.niehs.nih.gov/iccvam/meetings/biomed21-2017/white-paper-final-oct2017-508.pdf


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L’utilizzo di primati per studiare le patologie neuropsichiatriche non può essere considerato accettabile

LEAL da più di 40 anni si batte per l’abolizione della vivisezione considerando la pratica aberrante dal punto di vista etico e scientifico; già da decenni sempre più ricercatori e scienziati con grande onestà intellettuale rispetto ai colleghi dichiarano la fallacia della sperimentazione animale.

Riportiamo la dichiarazione della dottoressa Carla Emilia Ramaciotti docente di psichiatria presso l’Università di Pisa.

Io sottoscritta, Carla Emilia Ramacciotti, medico psichiatra, docente presso l’Università di Pisa, dichiaro che l’utilizzo di primati per studiare patologie neuropsichiatriche non possa essere considerato più accettabile per vari motivi.

Premessa
Le scimmie sono gli animali più utilizzati negli esperimenti in ambito neurologico e psicologico: secondo Aisha Akhtar, medico in forze presso la Food and Drug Administration (USA) in qualità di specialista in neurologia, medicina preventiva, biosorveglianza e controllo sull’efficacia e la sicurezza dei farmaci, questo è dovuto al fatto che si crede, ancora oggi, a una spiccata analogia fra il loro apparato neurologico e quello umano, rispetto a tutte le altre specie animali. Ma, in realtà, quanto sono simili scimmie e uomini da questo punto di vista? L’architettura e la fisiologia del cervello umano sono molto più complesse di quelle dei primati. Un indice affidabile di questa affermazione potrebbe essere il tempo che impiega a svilupparsi, nella sua fase di maggiore crescita, il cervello: 136 giorni nelle scimmie, 470 giorni nell’uomo. Vediamo di seguito soltanto alcuni esempi di quanto siano diverse la neuroanatomia e la neurofisiologia dei due organismi:
– la corteccia cerebrale umana ha una superficie più vasta di 10 volte rispetto a quella delle scimmie;
– l’area V 1 (corteccia visiva primaria), una delle zone più importanti per la funzione visiva, occupa il 10% rispetto al totale della corteccia cerebrale nella scimmia. Nell’uomo occupa solo il 3%;
– ad aree visuali simili corrispondono funzioni molto diverse nell’uomo e nella scimmia;
– il numero che le sinapsi (connessioni fra neuroni) contraggono tra i neuroni nell’uomo varia fra 7.000 e 10.000. Nel Macaco reso questo numero varia fra 2000 e 6000;
– almeno 91 geni coinvolti nei meccanismi neurofisiologici, si esprime in modo completamente diverso nella scimmia rispetto all’uomo;
– l’uomo possiede aree visuali cerebrali che non esistono per nulla nella scimmia.

Questi sono solo alcuni esempi delle profonde differenze che intercorrono fra l’anatomia delle scimmie e quelle umane. Si potrebbero scrivere decine di pagine sulle differenze della neurofisiologia e della psicologia, portando a supporto una vasta documentazione bibliografica di eminenti ricercatori che concordano sul fatto che la sperimentazione sulle scimmie, al fine di migliorare le conoscenze della neurofisiologia e neuropsicologia nell’uomo, risulta fallimentare e fuorviante. Prendendo in considerazione la specie geneticamente più vicina all’uomo, lo scimpanzé, la cui linea evolutiva si separò dalla nostra 7 milioni di anni fa, la differenza genetica è dell’1-2%, ma è responsabile di una differenza tra le proteine dell’80% (Gene. 2005 Feb 14;346:215-9 “Eighty percent of proteins are different between humans and chimpanzees”. Glazko G, Veeramachaneni V, Nei M, Makałowski W.).
La semplice sequenza della doppia elica è un codice che, se siamo all’oscuro delle interazioni che avvengono tra geni, non ci dice esattamente come la vita si manifesta in quell’individuo, inoltre le divergenze e le convergenze dell’evoluzione fanno sì che uno stesso tratto sia presente in diverse specie, ma con significati biologici diversi e con espressioni geniche che danno origine a prodotti proteici diversi.

Le possibilità offerte oggi dalla diagnostica per immagini (e specificamente dalla neuroimaging) ci consentono, attraverso la Risonanza magnetica funzionale, la PET (Tomografia a positroni) e le sue sofisticate varianti tecnologiche, di registrare l’azione multipla di singoli neuroni. Questo ci offre la straordinaria opportunità di studiare direttamente i correlati neurali di diverse funzioni cerebrali in soggetti umani coscienti che, a differenza degli animali, possono fornire dettagliati resoconti delle loro esperienze e dei loro comportamenti. Inoltre, ai soggetti umani si può chiedere di eseguire un determinato compito e, a parte alcune eccezioni, questo non necessita di prolungati allenamenti come invece accade nel caso degli animali e, nello specifico, delle scimmie. Come prima considerazione vorrei far riflettere sul fatto che è ormai ampiamente dimostrato che le condizioni sperimentali influiscono sulla risposta che si cerca. I primati subiscono molteplici violenze fisiche e psicologiche: dalla cattura alla detenzione negli stabulari, fino alle discutibili pratiche della sperimentazione nei laboratori.

Non c’è branca della ricerca su animali che trascuri di più le condizioni sperimentali di quella sulla psiche. Gli animali sono influenzati ed alterati dalle condizioni sperimentali non solo artificiose, ma lontane dalle abitudini che appartengono alla loro specie. Si sono avute risposte diverse già solamente arricchendo l’habitat dell’animale in cattività!

Chi volesse saperne di più basta che si documenti sulla epigenetica. Le condizioni sperimentali influiscono sull’animale non meno delle sostanze da testare o di altre variabili.

Inoltre le patologie psichiatriche si manifestano a livello comportamentale solo per una parte della sintomatologia che si sviluppa soprattutto a livello cognitivo ed emotivo. Gli animali e i primati in particolare, sono esseri senzienti ma non parlano. Come si può indagare la visione di sé, del mondo e degli altri? Sono esperimenti rozzi, inutili ed eventualmente fuorvianti considerato anche che si dispone di possibilità e tecnologie avanzate e specifiche per valutare l’essere umano sia sano sia affetto da patologia.

Io sostengo, insieme a molti altri colleghi, una ricerca scientifica svolta con metodi rigorosi, validati, avanzati che possa dare un contributo con risposte che la sperimentazione animale non ha dato in più di un secolo e non sarà mai in grado di dare.

 * 

Io sottoscritto, dr. Stefano Cagno, Dirigente Medico Ospedaliero, disciplina Psichiatria, presso l’Azienda Socio Sanitaria Territoriale di Vimercate (MB), responsabile del C.D. La Casa di Bernareggio (MB), dichiaro che gli esperimenti su animali al fine di studiare le malattie mentali non possiedono alcun valore scientifico, anche quando condotti su specie evolute come i primati non umani.

In ambito psicologico/psichiatrico, l’uso degli animali è particolarmente criticabile, infatti il loro comportamento è facilmente mal interpretabile tanto da ritenere uno stesso modello animale valido per ricerche su diverse patologie. Un esempio per tutti: un animale dopo essere stato sottoposto a shock elettrico ripetuto, ossia sono state date ripetute scariche elettriche, si rifugia in un angolo della gabbia. Questa condizione alcuni la interpretano come un modello di ritiro sociale nella depressione (l’animale è depresso e quindi non vuole più socializzare), altri nella psicosi (l’animale non riesce a socializzare e quindi si manifesta un ritiro autistico), altri ancora nella nevrosi (l’animale evita l’ansia provocata dalla socializzazione). Ovviamente ciascun ricercatore interpreta il sintomo in base alla sua convenienza, ovvero alla patologia su cui sta compiendo la ricerca.

Rispetto agli esperimenti sugli animali in altri ambiti, alle differenze genetiche, e quindi biologiche e biochimiche, si sommano competenze neurolinguistiche assolutamente non paragonabili. Inoltre le condizioni artificiali che i ricercatori creano per realizzare modelli animali di patologie unicamente umane, come la Schizofrenia o il Disturbo Bipolare, se dovessero verificarsi nella nostra specie, secondo il manuale diagnostico universalmente riconosciuto da tutti gli specialisti al mondo (DSM-V) escluderebbero proprio la diagnosi di disturbo mentale (*1)

Chiedo pertanto nella maniera più ferma possibile, che la Svizzera, nota nel mondo per un’oculata gestione delle risorse economiche, non permetta gli esperimenti sui macachi a Zurigo o in qualunque altra città ed ogni tipo di ricerca analoga, poiché rappresentano uno spreco di risorse economiche che andrebbero indirizzate sui modelli di ricerca tecnologicamente avanzati.

(*1) Nei modelli animali sono spesso usate sostanze chimiche o provocate lesioni cerebrali per “riprodurre” la Schizofrenia, ad esempio Schmajuk propone di lesionare l’ippocampo, mentre Lillrank, Lipska e Weinberger crearono danni eccitotossici nell’ippocampo di animali neonati. I manuali diagnostici (tra cui il DSM-V) stabiliscono invece che per porre diagnosi di Schizofrenia occorre che il paziente non abbia assunto sostanze e che non vi siano condizioni mediche (come traumi cranici) in grado di giustificare la sintomatologia. Sempre nel DSM-V è stabilito che per porre diagnosi di Schizofrenia devono essere presenti almeno due dei seguenti sintomi: deliri, allucinazioni, eloquio disorganizzato, comportamento grossolanamente disorganizzato o catatonico, sintomi negativi (vale a dire appiattimento affettivo, alogia, abulia) e contemporaneamente deve verificarsi uno scadimento delle funzioni sociali/lavorative.
La maggior parte dei sintomi qui presenti non sono riproducibili su animali nemmeno in maniera grossolana (soprattutto per l’assenza del linguaggio).

→ Fonte rivista Orizzonti (pdf)


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