Volontari LEAL oggi davanti al Tribunale di Milano per sostenere gli attivisti del Coordinamento Fermare Green Hill

tribunale CFGH 01tribunale CFGH 02tribunale CFGH 03LEAL presente con altri attivisti davanti al Palazzo di Giustizia: insieme abbattiamo il muro di silenzio! Leal Lega Antivivisezionista presente al presidio di sostegno agli attivisti del Coordinamento Fermare Green Hill denunciati per i reati di occupazione di edificio pubblico, violenza privata e danneggiamento (di fatto nulla fu danneggiato, ma i ricercatori ritengono che col solo ingresso siano stati vanificati anni di ricerca).

L’evento di oggi è stato pacifico, silenzioso e partecipato. Il focus è stato puntato sulla campagna mediatica dell’hashtag lanciato la scorsa settimana e che in pochi giorni sta facendo il giro del Web: #ASSOLTIPERGIUSTACAUSA. L’udienza è stata rinviata al prossimo 30 ottobre. LEAL continuerà a sostenere e supportare gli attivisti del Coordinamento Fermare Green Hill che con una coraggiosa disobbedienza civile hanno contribuito ad abbattere il muro di silenzio costruito da chi pratica la vivisezione.


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Rinviato al 18 maggio il processo agli imputati per l’assassinio del cane Angelo

Il 27 aprile è iniziato al Tribunale di Paola il processo ai fratelli Luca e Francesco Bonnata, Giuseppe Liparoto e Nicholas Fusaro. Gli imputati per l’uccisione del cane Angelo (avevano impiccato il randagio dopo sevizie e botte postando poi il video del macabro rituale sui social) hanno chiesto il rito abbreviato che se concesso permetterà ai quattro rei di ottenere sconti di pena. Il gup del Tribunale di Paola (Cosenza) ha fissato la data del 18 maggio per esaminare anche tutte le numerose richieste delle parti civili.

PROCESSO ANGELO TRIBUNALE PAOLAGian Marco Prampolini, presidente LEAL, dichiara: “I legali di LEAL Lega Antivivisezionista erano in aula e ci hanno riferito che solo due dei quattro imputati erano presenti: i fratelli Luca e Francesco Bonnata, assenti Giuseppe Liparoto e Nicholas Fusaro. LEAL e le associazioni hanno tenuto a portare agli atti la pericolosità sociale dei quattro soggetti. Noi seguiremo prioritariamente con i nostri legali ogni fase del processo. I cittadini stanno chiedendo modifiche di legge per pene certe e più severe e LEAL si sta muovendo per ottenere il riconoscimento degli animali a uno status di esseri viventi e non più a res, cioè cose”.

Per dare una spinta all’inasprimento delle pene e una utile misura ai legislatori, ai politici, ai media e ai cittadini del numero (per difetto) dei crimini nei confronti degli animali avvenuti nel solo scorso anno in Italia, Leal ha patrocinato il “Rapporto sul Maltrattamento Animale in Italia 2016”.


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Licenziato in tronco il dipendente del Consorzio di Bondeno che sparò a morte al cane

Il provvedimento era stato fortemente auspicato e a gran voce richiesto durante una manifestazione svoltasi davanti agli uffici del Consorzio Bonifica di Burana, organizzata da LEAL Lega Antivivisezionista sede di Ferrara: venerdì 21 aprile il Consiglio del Consorzio ha deliberato il licenziamento del dipendente reo dell’uccisione a colpi di fucile del proprio cane, a Bondeno (Ferrara).

CANE MORTO FOTO ARCHIVIOAnche grazie a questa manifestazione, che ha visto oltre a LEAL la partecipazione di altre associazioni animaliste: Animaliamo Onlus, Enpa, Lega Nazionale per la Difesa del Cane, Animal Liberation e Iene Vegane, dopo che il fatto scellerato era stato reso noto, e alla risonanza mediatica che il crudele gesto aveva suscitato nell’opinione pubblica e sulla stampa locale, si è giunti a tale risultato, in attesa che il provvedimento giudiziario faccia il suo corso con l’emissione di una sentenza. Un risultato sicuramente molto importante, tenuto conto che finora la maggior parte dei casi di maltrattamento e uccisione ingiustificata di animali anche domestici restava nell’ombra e cadeva nel silenzio, coperta dall’indifferenza o al massimo dall’indignazione espressa a parole.

È nostra speranza che questo caso, uno fra i tanti che si traducono quotidianamente in violenze inaudite contro gli animali, induca una riflessione e una presa di coscienza nell’opinione pubblica.

Commenta Stefania Corradini, responsabile LEAL Ferrara: “Denunciare si può e si deve. Gli animali non sono cose messe a disposizione dell’uomo per esercitare su di loro potere di vita o di morte, ma esseri senzienti dotati di coscienza esattamente come noi, nei cui confronti l’uomo non ha solo il dovere del rispetto ma anche quello di tutela della vita e della salute. A più di dieci anni dall’entrata in vigore della Legge 189 sul maltrattamento degli animali, ci impegneremo a livello nazionale per una sua revisione e miglioramento, affinché si giunga ad un inasprimento delle pene verso qualsiasi condotta di violenza sugli animali, perché sia riconosciuto e garantito, anche a livello giuridico, il rispetto dei diritti a loro dovuti”.

Stefania Corradini
LEAL Lega Antivivisezionista
Sezione Ferrara
tel. 349.4021232
lealferrara@libero.it


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27 aprile prima udienza degli assassini del cane Angelo: LEAL parte civile

Il prossimo giovedì 27 aprile sarà una giornata miliare per gli animali e chi difende i loro diritti: il Tribunale di Paola (Cosenza) inizierà a dibattere la causa penale del cane Angelo, balzato agli onori della cronaca perché gli esecutori del delitto hanno postato il video della esecuzione sui social. LEAL, come altre associazioni, ha denunciato il reato e si è costituita parte civile. Non ci resta che aspettare l’esito dell’atteso processo per verificare quanto e come si possa chiedere giustizia per gli animali, che per la nostra attuale legge sono considerati oggetti e come sempre il giudicante ha ampia discrezionalità quando emette la sentenza. Ci auguriamo che a partire da Angelo tutti gli esseri viventi siano considerati tali e non “cose” che si possono rompere e distruggere buttando poi i cocci nella spazzatura.

Dedichiamo ad Angelo, simbolo dei milioni di animali abusati quotidianamente nel mondo, uno scritto di Annamaria Manzoni, toccante e propedeutico a una nuova e irrimandabile sensibilità.

Siamo grati ad Annamaria Manzoni, psicologa e scrittrice fortemente impegnata nella questione animale, che si è resa disponibile a collaborare con LEAL firmando un nuovo articolo di una serie di contributi periodici.

Angelo è il nome dato al cane di Sangineto, provincia di Cosenza, massacrato per gioco da quattro balordi, anzi no, molto peggio: da quattro ragazzi normali. Nome, quello di Angelo, che riporta ad una contaminazione distrattamente trascurata: quella di un essere umano che è però dotato di parti squisitamente animali, le ali, che, lungi dallo sminuirlo, gli attribuiscono un’essenza soprannaturale, che va oltre l’umano per collegarsi direttamente con il trascendente. Essere che racchiude in sé in modo ben visibile quella animalità, che siamo portati a dimenticare, a disconoscere e a misconoscere: e il cane Angelo, che scodinzolava a quelli che lo bastonavano e non reagiva mentre lo stavano ammazzando a badilate, ma li guardava, indifeso e mite fino all’ultimo respiro, davvero sembra testimoniare di un’essenza tanto più grande della nostra, incomprensibile a chi si limita a ragionare sul registro di azioni e speculari reazioni: azioni che, quando sono violente, generano reazioni che lo sono altrettanto.

Angelo_SanginetoLa storia di Angelo ha riempito le cronache recenti, sollevando enorme indignazione, ma sfortunatamente è solo la punta dell’iceberg di una situazione molto diffusa: Angelo è assurto alla ribalta di una cronaca nero pece soprattutto perché della sua tortura si sono vantati i responsabili, che l’hanno filmata e messa in rete, in quel moderno ricettacolo cioè, che è una sorta di cloaca massima in cui tutto confluisce, senza filtri, alla ricerca di una visibilità che amplifichi le proprie “gesta”, e lusinghi di una popolarità perseguita con ogni mezzo. Nel caso diffuso in cui non si abbia altro di cui vantarsi, ci si vanta della propria pochezza, scambiandola per audacia: purché gli altri guardandoci ci illudano che meritiamo attenzione: e si arriva a mettere in scena un film dell’orrore, ridendo e sghignazzando.

I quattro di Sangineto l’obiettivo della popolarità l’hanno certamente ottenuto, popolarità di dimensioni che non avrebbero certo potuto immaginare, ma, purtroppo per loro, di segno contrario a quello previsto. Trasmissioni televisive, manifestazioni, interviste hanno fatto da megafono ad una vasta condanna, e hanno esposto i responsabili ad una meritatissima gogna. Purtroppo le reazioni non sono andate oltre, in quell’oltre in cui si aprono situazioni che non possono essere ignorate, se davvero l’obiettivo, al di là della doverosa condanna dell’episodio, è quello di una necessaria prevenzione affinché nulla del genere debba ripetersi.

Le notizie di regolari efferatezze su cani indifesi (come per altro su ogni altra specie animale, a partire dai gatti) si inseguono in resoconti agghiaccianti: volontari, associazioni animaliste, semplici cittadini raccontano con drammatica frequenza di animali sepolti vivi, incendiati, impiccati; foto raccapriccianti che testimoniano creative crudeltà sono reperibili a non finire su Facebook. Solo in riferimento alla cronaca recente, poche settimane fa su BlogSicilia sono state postate le foto di un grosso cane seviziato e poi bruciato; mentre a Pantano Borghese (Roma) nello scorso settembre veniva ritrovato il cadavere di un cane bruciato, con gli arti posteriori parzialmente amputati. L’irritazione dei quattro giovani davanti alla pessima pubblicità che li ha colti impreparati e lo speculare fastidio dei loro compaesani (ben documentati nella trasmissione delle Iene, andata in onda il 23 ottobre scorso) discendono certo da insensibilità, ma anche da ruspante incapacità di capire: cosa c’è da scandalizzarsi tanto? -si chiedono un po’ tutti- Dove è il problema se questo è quello che succede tutti i giorni? “Per un c***o di cane!” è il raffinato commento di uno degli intervistati. “Hanno fatto una cosa giusto per ridere!” argomenta un altro profondo conoscitore delle umane dinamiche comportamentali. “Sono bravi ragazzi: è una bravata!” incita a sdrammatizzare un altro. Anche il prete svicola veloce sulla sua auto, evitando di farsi coinvolgere nelle umane vicende di violenza, perché la vittima, in quanto d’altra specie, esula forse dalle competenze di quel Dio, di cui lui si occupa, per entrare nel raggio d’azione, se mai, di un dio minore.

Bene sarebbe invece che l’orrenda vicenda di Angelo fosse l’occasione per una seria indagine sui diffusi crimini contro gli animali d’affezione che sporcano tante strade italiane, sparse da nord a sud, ma senza ombra di dubbio molto di più in alcune regioni meridionali, segnate da una significativa discrepanza rispetto a quelle settentrionali: una ragione, o più d’una, ci sono di sicuro, e le risposte ipotizzabili sono certo interessanti. È fondamentale, per esempio, riflettere che si tratta delle regioni in cui il randagismo non solo non è sconfitto, ma in alcuni casi neppure affrontato, da una politica che porta il peso di responsabilità enormi al riguardo con la sua colpevolissima e non casuale passività: le indagini del Ministero della Salute sono davvero antiche, segno evidente di sottostima del problema, visto che i dati ufficiali non sono più stati aggiornati negli ultimi dieci anni e si riferiscono quindi alla situazione del 2006 (Dossier randagismo, Lav 2016); nel dossier non sono contenute informazioni (numero dei canili sanitari, sterilizzazioni, cani nei canili, adozioni…) relative alla Calabria, che non ha evidentemente reputato la richiesta del governo degna di risposta: sono informazioni del tutto ufficiose a parlare di una significativa diminuzione a seguito del diffondersi del cimurro, che si sarebbe sostituito ad altri più civili interventi nel compito di contenere il problema.

Non si può sottovalutare la portata incivile del randagismo, per le sue proporzioni (il numero complessivo in Italia si aggirerebbe sulle 6/700.000 unità, a fronte di alcune regioni dove risulta praticamente debellato) ma anche per i suoi correlati. Si tratta di un fenomeno dalle ricadute enormi, che va regolarmente di pari passo con le mancate sterilizzazioni: tende quindi ad amplificarsi in modo esponenziale, dal momento che le cucciolate, mediamente di 5/6 piccoli, si riprodurranno a propria volta. Le femmine, partoriti i piccoli, avranno impellente bisogno di cibo per se stesse per poterli allattare; non essendoci nessuno ad aiutarle, vagheranno ogni giorno per cercarlo, osando anche inoltrarsi per disperazione dove di solito sanno di non poterlo fare, in risposta ad un insopprimibile istinto materno e di sopravvivenza.

Inoltre spesso i cani randagi tendono ad abitare territori prossimi alle aree urbane, perché è lì che possono trovare cibo, e a riunirsi in branchi, che rispondono al naturale bisogno di aggregazione: inevitabilmente possono creare problemi sanitari e di sicurezza, che si trasformano in breve tempo in giustificazione per la popolazione locale a intervenire con metodi violenti: si specula facilmente sulla paura e la loro soppressione viene vissuta come meritoria, in quanto difensiva del sempre prioritario benessere umano. I metodi usati per liberarsi di loro si mischiano e si confondono con l’espressione di una violenza bruta, che va a punire il potenziale colpevole di qualche danno: si parla di sicurezza (e ben sappiamo quante malvagità, anche in contesti d’altra specie, vengano perpetrate in suo nome) e si procede ad eliminazioni di massa.

Inoltre ci saranno cani, vittime di incidenti stradali, che resteranno feriti ai bordi delle strade, sempre che qualcuno abbia il buon gusto di spostarli dal centro della carreggiata, e finiranno per rimanere lì a morire lentamente, nell’indifferenza generale. Tutti o quasi vagano, spesso con evidenti infezioni, sempre smagriti, raggelati o riarsi a seconda della stagione: quando la fame è tale da indurli ad avvicinarsi a qualche umano, nonostante una annichilente diffidenza, della scelta dovranno spesso pentirsi: perché nessuna situazione naturale raggiunge mai l’efferatezza che l’uomo sa imprimere al proprio operato.

In interi paesi e vaste zone, comunità assuefatte a tutto questo sanno da tempo immemorabile che quelli sono esseri di serie zeta, senza diritti; incarnano l’immagine del nemico, quello che viene da fuori e che deve essere scacciato, perché certamente pericoloso; su cui infierire, perché diventa inevitabilmente capro espiatorio di frustrazioni variegate; su cui non mobilitare forme di empatia. Si comincia con lo scacciarli a sassate e si finisce per esercitare contro di loro ogni perverso impulso sadico: il link è evidente. In questa ottica si inserisce la posizione degli abitanti di Sangineto, arroccati sulla difesa dei quattro ventenni, tanto aggressiva quanto inargomentata: vi si legge il desiderio difensivo di allontanare i riflettori. Ma la mancata reazione di sdegno, inutilmente sollecitata dagli intervistatori, parla anche di una reale incapacità a indignarsi davanti a scene di violenza, anche inaudita, sugli animali: scene che non indignano per il motivo semplicissimo che non se ne coglie l’inaccettabilità, dal momento che sono diffuse. Il confine tra scacciare impietosamente a sassate, magari azzoppandolo, un animale affamato, si sposta progressivamente e prenderlo a badilate non è un’evenienza lontana: i comportamenti si situano su un continuum che è fonte di una crescente desensibilizzazione, favorita dal fatto che di tutto questo si è stati testimoni da sempre, da bambini: lo si è imparato e introiettato come comportamento normale, anzi doveroso, giusto, civile.

È lecito supporre che i quattro ventenni azioni analoghe le avessero già compiute, magari in una diversa composizione del gruppo, o avessero assistito a quelle messe in atto da altri, bravi maestri di una crudeltà, regolarmente seguita da una rassicurante impunità. L’arroccamento difensivo della comunità intorno a loro è lì a sostenere l’ipotesi. Limitarsi a considerarli una minibanda di psicopatici, mostri ai confini della realtà da mettere alla gogna, è soluzione a portata di mano, ma ben poco esplicativa della realtà; di certo essi si sono dimostrati allievi zelanti alla scuola di una violenza diffusa e quanto hanno fatto ad Angelo testimonia della loro incapacità di empatia, del sadismo che li ha indotti a provare piacere davanti alla sofferenza di una vittima indifesa, del machismo e del malinteso concetto di virilità che li anima, nella convinzione perversa che forza e violenza siano concetti sovrapponibili (e il pensiero non può non correre alle dinamiche alla base dei tanti femminicidi), anziché antitetici.

Un evidentissimo innegabile link arricchisce il quadro argomentativo, se ci sforziamo, bypassando la nostra diffusa schizofrenia morale, di pensare secondo coerenti categorie di giudizio. Riguarda la caccia, ancora oggi considerata attività sportiva, e i suoi cultori, i cacciatori: anche loro sono persone che provano un’eccitazione sfrenata, come raccontano regolarmente in rete, nell’andare a inseguire e stanare animali a volte mitissimi, sempre indifesi, tesi solo a cercare una via di fuga; mettono in campo una forza assolutamente sproporzionata grazie all’uso di armi devastanti; progettano come braccarli; procedono a ferirli e, nella migliore delle ipotesi, ad ucciderli presto, ma spesso li lasciano ad agonizzare nelle trappole o sul terreno, senza neppure prendersi la briga di andare a raccoglierli. Uccidono tanto, sembra non bastargli mai ed occorrono norme di legge a limitare un istinto che, fosse per loro, si placherebbe solo con carneficine totali. Usano richiami vivi; mandano i loro cani nelle tane a stanare volpi che cercano di difendere se stesse e i loro cuccioli, che vengono invece sbranati e lacerati; costringono animali a fughe disperate che fanno scoppiare loro il cuore. Si divertono un mondo nel farlo, non si fermano davanti alla mitezza delle loro vittime, non si impietosiscono davanti ai loro perdenti tentativi di non farsi strappare la vita; si vantano molto e, come i quattro di Sangineto, mettono foto e filmati a ricordo e imperitura testimonianza delle loro gesta, foto e filmati in cui si mostrano orgogliosi di sé, soddisfatti e sorridenti davanti al cadavere di una vittima importante o alla strage di tante vittime più umili. Non riescono nemmeno a cogliere la vigliaccheria e il sadismo insiti nei loro comportamenti, anzi: orgogliosi nella propria protervia, si meravigliano delle proteste altrui: esattamente come i quattro di Sangineto. Allora, nel momento stesso in cui inorridiamo davanti a loro e chiediamo giustizia per la loro vittima, non possiamo che prendere atto che stiamo confrontandoci con quella che è la punta dell’iceberg: sotto la superficie c’è un inestricabile intreccio di altre analoghe nefandezze, inscindibili l’una dall’altra: perché tutte le forme di violenza sono interrelate e non è possibile decifrare nessun fenomeno isolandolo da tutti gli altri.

Per concludere, ricordiamo Angelo, la sua muta sofferenza che è un atto di accusa verso tutto quello che l’uomo è in grado di infliggere a chi è debole; ricordiamolo come un piccolo scodinzolante cane bianco, a propria insaputa metafora di ogni essere senza diritti, di ogni migrante senza patria, di ogni uomo senza identità.

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A Roma conferenza stampa sul progetto Amatrice condotto sul campo da Animalisti Italiani in collaborazione con LEAL

Fin dall’inizio dell’emergenza le associazioni LEAL e Animalisti Italiani hanno deciso di collaborare nel portare aiuto nei luoghi disastrati. Mentre i volontari di Animalisti Italiani erano impegnati sul campo in prima persona con un presidio fisso, le sezioni LEAL si sono attivate nella raccolta cibo. Grandi quantità di alimenti per ogni tipo di animale sono state inviate o recapitate da volontari.

animalisti1animalisti2animalisti3animalisti4Grazie alle donazioni arrivate in LEAL sono stare acquistate cucce in legno per gli animali esposti alle intemperie e con l’invio di un buon numero di trasportini abbiamo partecipato anche al progetto di sterilizzazione dei gatti sul territorio, portato avanti dalla Lav. Sono stati aiutati animali abbandonati a se stessi in 14 frazioni colpite dal terremoto compresa la zona rossa di Amatrice. Molti degli animali recuperati sono stati riconsegnati alle famiglie che li cercavano.

Alla conferenza era presente anche Giacomo Lucchetti, il pluricampione italiano, animalista antivivisezionista, che da solo con il suo furgone faceva la spola da Pesaro fino ad Amatrice per portare il cibo necessario agli animali. Oltre ai rappresentanti delle associazioni che hanno partecipato alla buona riuscita del progetto è intervenuto anche un incaricato delle Istituzioni del luogo che ha portato il ringraziamento dei Sindaci della zona per il grande aiuto che è stato dato.

Grazie a tutti i presenti, a tutte le associazioni e ai singoli che si sono impegnati in questo progetto: un grande lavoro che è stato portato avanti col cuore perché solo così si ottengono i risultati migliori.

Bruna Monami
vicepresidente LEAL
Sezione di Arezzo
tel. 3381611880 – 3476192617


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A Radio Bau il Rapporto sul Maltrattamento Animale in Italia 2016

Davide Cavalieri a Radio Bau ha parlato del Rapporto sul Maltrattamento Animale in Italia 2016, ospiti in studio Silvia Premoli, VEGANOK Animal Press, Giovanna Rossi, Riscatto Animale, che hanno curato il dossier, e Gian Marco Prampolini, presidente LEAL.

Il dossier verrà ufficialmente presentato in un convegno che si terrà in occasione del VeganFest, Fiera di Bologna, 8 – 11 settembre 2017, alla presenza di autori e collaboratori. Vi aspettiamo!

→ Radio Bau
→ VeganFest

Ascolta la registrazione della puntata di Radio Bau:

• parte 1/2 (07:13)

 
• parte 2/2 (08:01)

 
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Anche LEAL presente al presidio a sostegno degli attivisti che liberarono le cavie

28 aprile dalle ore 09.00 alle ore 13.00: Palazzo di Giustizia di Milano, presidio in solidarietà alle attiviste e agli attivisti del Coordinamento Fermare Green Hill che il 20 aprile 2013 occuparono gli stabulari del Dipartimento di Farmacologia dell’Università degli Studi di Milano e svelarono l’insostenibile angoscia delle vite degli animali lì reclusi e infine liberarono 400 topi e un coniglio.

Il 28 aprile si svolgerà la prima udienza del processo intentato da Università degli Studi di Milano e Consiglio Nazionale delle Ricerche, Dipartimento di Neuroscienze, che vede cinque attivisti imputati dei reati di invasione di edificio pubblico, violenza privata e danneggiamento. L’intenzione del Coordinamento Fermare Green Hill era proprio di riavviare la lotta contro la sperimentazione animale e adesso gli attivisti ne hanno ancora una volta la possibilità. Una opportunità per contarsi e per unire le forze grazie anche al sostegno di singoli cittadini e delle più importanti associazioni antivivisezioniste che saranno presenti al presidio a sostegno degli attivisti e della causa.

Un nota del Coordinamento Fermare Green Hill riporta: “Per noi e per chi ci sostiene è stata un’azione di disobbedienza civile, un atto di rottura che ha richiesto molta determinazione e molto coraggio perché coscienti che ci sarebbero state delle conseguenze penali. Denunciare pratiche di reclusione e tortura forzando le porte di quei luoghi dove ogni giorno avvengono questi crimini è ritenuto un atto illegale perché presuppone che si debbano infrangere delle leggi e il linguaggio giudiziario è piuttosto mistificatorio a riguardo. Là dove definisce violenza privata l’atto di essersi incatenati per il collo per bloccare l’accesso all’edificio, non riconosce che all’interno di quello stesso edificio vi fossero, e vi sono tuttora, migliaia di corpi imprigionati, ammassati in piccoli contenitori, costretti a movimenti frenetici e sempre uguali nel continuo tentativo di liberarsi, sottoposti a un dolore fisico e a una violenza psicologica intollerabili. Animali privati di ogni diritto a determinare la propria vita e a soddisfare le proprie esigenze. Per quei corpi non c’è alcuna protezione, la pratica della sperimentazione animale è legale ed è finanziata copiosamente attraverso sovvenzioni pubbliche e raccolte fondi come, per esempio, Telethon o AIRC che proprio al Dipartimento di Neuroscienze avevano riversato parte delle donazioni”.

→ Petizione change.org una firma per sostenere gli attivisti


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“Rapporto sul maltrattamento animale in Italia”: Prefazione di Annamaria Manzoni

cover_Rapporto_maltrattamento_2016Clicca qui per leggere e scaricare gratuitamente il "Rapporto sul maltrattamento animale in Italia 2016"
 
È il primo dossier sul maltrattamento animale in Italia: oltre 600 pagine che comprendono articoli e notizie di crimini nei confronti degli animali.
 
Il volume ha il sostegno di LEAL Lega Antivivisezionista e di Riscatto Animale. Di seguito la Prefazione firmata da Annamaria Manzoni, psicologa e scrittrice.

Testo di Annamaria Manzoni
Il dossier riferito al 2016 fornisce, con la concretezza dei dati raccolti, un quadro realistico del fenomeno dei maltrattamenti animali in Italia, pur nella sua dichiarata incompletezza, data l’impossibilità di accedere a dati esaustivi (spesso oscurati da indifferenza quando non vera e propria omertà), si risolve in una sorta di vera e propria galleria degli orrori, dalla cui lettura si riemerge come da una discesa agli inferi.

Va premesso che vi si parla di sofferenze inferte non a tutti gli animali in tutte le situazioni, non, per chiarire, alle vittime degli allevamenti intensivi e dei macelli, della sperimentazione animale, della caccia, della pesca, dei circhi, degli zoo, delle manifestazioni culturali (nelle quali, per altro, mai il termine cultura fu peggio mistificato). Il focus è essenzialmente sugli animali protetti dalla legge, nello specifico la 189 del 2004, la quale, pur nella preoccupazione di difendere non loro, ma solo la sempre prioritaria sensibilità umana, esposta a possibili reazioni traumatiche davanti a episodi raccapriccianti (“Delitti contro il sentimento per gli animali” recita il titolo IX Bis), di fatto pone argini legali al loro abuso; in secondo luogo su tutti gli altri, quando i maltrattamenti risultano gratuiti, non funzionali all’uso normato dalla legge.

I dati, quindi, riguardano soprattutto quegli animali che, pur nella loro diversità, trovano un denominatore unificante nello stacco da quelli “da reddito”, “da carne”, “da latte”, “da pelliccia”, la cui stessa esistenza è identificata con lo sfruttamento a cui sono stati destinati. Genericamente, quindi, anche se non solo, gli “animali da affezione”, così definiti con un’espressione che richiama una dinamica di emozioni e sentimenti, attaccamento e affettività, che auspicabilmente si vorrebbero davvero entrare in gioco nella relazione umano-non umano.

Purtroppo però il dossier è ben lungi dall’aprire finestre sul mondo confortevole degli affetti: parla invece di animali lasciati a morire di fame e di sete, massacrati, impiccati, trucidati; soggetti a irriferibili pratiche sessuali; avvelenati con polpette imbottite di chiodi; torturati con collari elettrici; ammazzati a bastonate; bruciati, seviziati. Sì: come la legge si premurava di tutelare, il “sentimento” di molti di noi umani davanti a tutto ciò è profondamente ferito, annichilito; ma lo è incredibilmente di più la sensibilità delle vittime, quella fisica fatta di nervi, muscoli e sangue, e quella emotiva, invasa da un immaginabile insostenibile terrore.

Ora, la pratica della violenza sugli animali, ogni violenza ma a maggior ragione quella gratuita, fine a se stessa, non può non interrogare sulla sua genesi e sulle sue conseguenze; domande complesse e risposte articolate dal momento che le une e le altre si allargano a macchia d’olio ad investire realtà composite. Si legano ad un discorso ancora più generale: non si può parlare di violenza sugli animali senza parlare di violenza tout court e riflettere sul link innegabile che unisce tutte le forme che può assumere e che, se disconosciuto, non ne permette comprensione e superamento. Illuminante è la sollecitazione di Steven Pinker (“Il declino della violenza”, Mondadori 2013) nelle prime righe del suo mastodontico studio su quello che lui descrive come un processo storico di affievolimento della violenza: bisogna studiarla in tutte le sue manifestazioni, dice, “dalle dichiarazioni di guerra tra le nazioni alle sculacciate ai bambini”: osando così un accostamento coraggioso, che è prologo all’inquadramento del problema: esiste un link indissolubile tra tutte le manifestazioni, anche quelle apparentemente del tutto estranee l’una all’altra come lo possono essere i conflitti nazionali e gli scapaccioni cosiddetti educativi. Del resto secondo la teoria del caos il batter d’ali di una farfalla in Brasile può provocare un tornado in Texas: allora non è poi così difficile capire come tutti i comportamenti unificati dalla tensione ad infliggere sofferenza ad un essere indifeso siano incredibilmente più collegati di quanto si possa genericamente ritenere.

Se è vero che la violenza, in forme diverse, ha accompagnato l’uomo in tutta la sua storia, è altrettanto vero che gli animali ne sono sempre state le vittime predilette: perché quella su di loro nel corso dei millenni non è stata punita dalle leggi, perché non comporta ritorsioni vendicative da parte dei sopravvissuti, perché l’assenza di condanne morali l’ha autorizzata. Le leggi in loro difesa hanno cominciato a delinearsi timidamente solo nella seconda metà dell’800 e si sono poi gradualmente organizzate fino ad arrivare a quelle attuali che se ne occupano in modo un po’ più rigoroso. Con enormi limitazioni, però, perché questo avviene solo in alcune aree del mondo, essenzialmente quello occidentale, perché riguarda solo alcune specie, e perché le leggi, tanto faticosamente approvate, si scontrano con una ingiustificabile ritrosia da parte dei responsabili ad essere applicate.

Ancora oggi gli animali non umani sono visti come non-portatori di diritti o al massimo come portatori di diritti flebilissimi: per arrivare a parlare del dovere di proteggerli è stato prima necessario scrivere, ma soprattutto interiorizzare, norme che attengono al concetto dei diritti dell’uomo, che progressivamente hanno aperto la strada a dichiarazioni sui diritti delle donne, dei bambini, degli omosessuali: solo dopo è stato possibile cominciare ad occuparsi di quelli dei non umani. Riconoscere diritti contempla bandire violenze gratuite: e infatti non esistono più i supplizi pubblici una volta esibiti con orgoglio da chi deteneva il potere; ci si illude che i luoghi di detenzione ne siano alieni, salvo poi doversi drammaticamente ricredere sulla scorta di troppo frequenti notizie di cronaca; se un tempo, lontano solo pochi decenni, i bambini potevano tranquillamente essere ”educati” con metodi piuttosto degni di un regime dittatoriale che di un contesto familiare e comunque non stupiva vederli presi a scapaccioni da solerti genitori anche nelle strade, oggi un’evenienza del genere provocherebbe l’intervento immediato del Telefono Azzurro. Analogamente addirittura frustare cavalli o asini perché incapaci di reggere pesi insopportabili era pratica comune e non vergognosa, come lo era prendere gratuitamente a calci i cani per le strade, ma anche fare loro molto di peggio. Nuove norme e nuove consuetudini vi si oppongono: la legge purtroppo si mantiene restia ad intervenire e le condanne risultano pressoché inesistenti.

Il fenomeno aberrante dei maltrattamenti degli animali si manifesta in forme diverse non solo in merito alla creativa fantasiosità dei tormenti loro inflitti, che il dossier testimonia con dovizia di particolari, ma anche in funzione dei contesti. Esiste indubbiamente una realtà riferita a psicopatici, che nell’infliggere dolore a esseri senzienti, umani o non umani che siano, sperimentano un piacere sadico. Sono le situazioni più citate, perché in fondo le più rassicuranti: tutto il male viene rigettato fuori dai confini di nostre responsabilità anche indirette e risulta facile sbattere in prima pagina il mostro di turno: tutta colpa sua. Ma queste persone perverse, patologicamente portate ad esprimere comportamenti efferati, sono responsabili solo di una piccolissima fetta di quanto succede: fortunatamente non viviamo in un mondo affollato da psicopatici sanguinari. Molto più diffuse sono le realtà in cui la brutalità è solo l’ultimo atto di un percorso formativo purtroppo disconosciuto, in cui siamo in tanti ad avere una parte indiretta. È innegabile, per esempio, che sevizie gratuite a danno di cani e gatti abbiano luogo molto più nel sud Italia che non al nord, fatto per nulla casuale, non riferito a predisposizione genetica, ma all’evidenza di un contesto sociale, che asseconda e favorisce questi atti, intrecciati in un rapporto di contiguità e causalità con quello del randagismo, in alcune regioni lontanissimo non dall’essere sconfitto, ma persino dall’essere seriamente contrastato. Convivenza con cani randagi significa abitudine a vederli in ambienti per loro inadeguati, organizzati magari in bande, giudicate pericolose dal consesso umano e pertanto vittime di interventi crudeli, spacciati per difensivi: i cani vengono scacciati a sassate, impediti a trovare cibo, investiti dalle auto, lasciati ad agonizzare ai bordi delle strade. Ne consegue la convinzione che quella vissuta ai margini, perseguitata e braccata, sia la normale vita dei cani, che scacciarli con metodi violenti sia intervento giusto e meritorio, che far loro patire tutte le sofferenze conseguenti sia la risposta adeguata alla loro stessa intrusiva e minacciosa presenza. Il passo tra respingerli a sassate, ferirli, investirli più o meno casualmente a quello di colpirli deliberatamente e poi seviziarli creativamente è davvero breve. Da una violenza implicita nel trattare gli animali come intrusi molesti e pericolosi a quella esplicita di martoriarli non c’è soluzione di continuità. La reazione sdegnata che talvolta si scatena al diffondersi di un caso particolarmente aberrante, magari esasperato dalla protervia dei selfie e dall’arroganza dei filmati diffusi in rete, è salutare, ma davvero poco utile se si esaurisce nella solita sterile indignazione: è successo con il cane Angelo, randagio di Calabria martirizzato da quattro ragazzotti sfaccendati, divenuti emblema di crudeltà. Non ne è seguita una doverosa riflessione: molto più semplice pensare ad un atto di teppismo che non decodificare una dinamica che vede implicate le responsabilità di molti e l’inerzia complice delle autorità.

Tanti sono poi i casi in cui ad agire comportamenti crudeli sugli animali sono giovani e giovanissimi, che spostano su chi è più debole di loro una violenza imparata sulla propria pelle, di vittime o di testimoni, in ambienti familiari o sociali in cui l’unica legge vigente si rifà al diritto del più forte. Ma non meno diffusi comportamenti devianti di chi il diritto del più forte lo mette in pratica per pura passione, non come formazione reattiva ad ingiustizie subite: ed ecco allora insospettabili professionisti, senza giustificazioni di degrado o ignoranza, praticare una sorta di vendetta trasversale sul cane o sul gatto della compagna infedele, alternativa meno rischiosa, in termini di conseguenze, dei femminicidi che sono il coronamento di tante supposte passioni amorose.

Un filmato di alcuni anni fa della Regina d’Inghilterra che, dall’alto dei suoi regali novant’anni, finiva con furore, a bastonate, delle quaglie ferite, se si supera la reazione disorientata che immediatamente ne segue, apre altri insospettati file sul problema. Il discorso si allarga a cerchi concentrici includendo altre realtà che normalmente non vengono prese in considerazione, ma che invece hanno grande parte nel percorso di formazione della violenza: è recentissima per esempio la legge che, trasformando le nutrie da animali protetti ad animali invasivi, ha decretato non la possibilità, ma il dovere di eliminarle: a fucilate, con trappole o tanti altri mezzi, in qualsiasi ora del giorno o della notte, ovunque ci si trovi. Ora, lo spettacolo di animali dolci e miti, che, mentre cercano una via per salvare la propria vita, vengono prese a fucilate, ma magari anche a badilate, in realtà si configura come modello di crudeltà legalizzata, pubblicamente ed orgogliosamente esibita, che non può non creare zelanti seguaci. Un animale in fuga braccato, ferito e ucciso da omoni eccitati all’idea di sparargli (che per inciso ne avranno un premio economico alla consegna del cadavere) è indiscutibile scuola di violenza. Di cui non si sente davvero il bisogno, visto lo stato delle cose, che contempla comportamenti costruiti sulle motivazioni più articolate, tra le quali, per quanto faticoso sia ammetterlo, quella della noia: si torturano e si uccidono animali per divertirsi e vincere il grigiore di ore e giorni che non si sa come riempire. Esattamente come facevano i ragazzi che alcuni anni fa, in risposta all’inerzia di un pomeriggio o di una serata piatta e opaca, decidevano di lanciare sassi dai cavalcavia. E pazienza se poi ci scappava il morto.

Insomma: il tema della violenza, nello specifico della violenza sugli animali, è talmente complesso da richiedere una trattazione vasta, passibile di essere solo lambita in questa sede. Quello che è certo è che almeno su una delle componenti che ne costituiscono il mosaico multiforme ed eterogeneo non si può continuare a restare inerti: è la risposta che ne deve seguire anche a livello istituzionale. Non punizioni severe, come spesso si invoca sull’onda della reazione emotiva a qualche episodio particolarmente efferato, prima di lasciare di nuovo cadere tutto nel grande serbatoio della rimozione: punizioni giuste. Schopenhauer affermava in una delle sue celeberrime asserzioni che “Non pietà, ma giustizia è dovuta agli animali”. Ed è di giustizia, non di altro, che si sta parlando: astenersi dal condannare in forza della legge ciò che è condannabile dal punto di vista morale coincide con la riduzione dei crimini a comportamenti bagatellari, tipo furto del cellulare, ma anche un po’ meno: “Sì, va beh d’accordo, però… Non facciamola tanto lunga, con tutto quello che succede”. Il benaltrismo è dietro l’angolo: con l’attitudine a quella sorta di confronto vantaggioso per cui le cause importanti di cui occuparsi sono sempre ben altre. Di fronte a noi quella che si vede è invece la punta di un iceberg costruito sulle ingiustizie a danno di chi è debole e non può difendersi, di legalizzazione del diritto del più forte, di mancanza della capacità di identificazione con la sofferenza di esseri senzienti.

Si sta parlando in altri termini della necessità di una diversa visione del mondo, di un altro approccio alle cose della vita: vita le cui dinamiche non sono quelle a somma zero, in cui la sconfitta dell’uno corrisponde alla vittoria dell’altro: si può vincere solo sommando il proprio bene a quello degli altri. Diceva Aldo Capitini, filosofo della nonviolenza, che “Chi è amico della nonviolenza crede… al principio delle onde, per cui ciò che si è e si fa si diffonde, spesso impercettibilmente, e arriva lontano”. A ognuno di noi la scelta se diffondere finalmente una rivolta morale che propugni rispetto e solidarietà per tutti i viventi o un messaggio di prevaricazione, che trasforma in inferno la vita degli altri animali, ma contestualmente ci disonora e finisce per definirci nella barbarie e nella miseria di cui tanto spesso ci facciamo interpreti.

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Sabato 22 aprile LEAL Cremona in azione per aiutare gli animali

La sezione LEAL di Cremona ha organizzato una giornata impegnativa e importante per aiutare gli animali: sabato 22 aprile dalle ore 11 alle ore 20 le volontarie vi aspettano presso il Maxizoo di Fidenza per una raccolta di cibo per cani e gatti da destinare a canili e gattili in grave difficoltà.
Nella stessa giornata a Cremona in corso Campi per tutto il pomeriggio troverete il tavolo informativo per una giornata di sensibilizzazione contro lo sfruttamento animale. Sarà l’occasione per conoscere le attività di LEAL, firmare le nostre petizioni e raccogliere materiale.

  Vi aspettiamo!  

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Pasqua vegana: pastiera al farro

Da “La Voce dei Senza Voce” n. 105, → sfoglia il numero online. Di Alessandra Schiavini.

pastiera_farroPer chi come noi ama gli animali, il periodo pasquale non sarà sereno: sappiamo, infatti, quanti agnelli e capretti finiranno in pentola per soddisfare palato e tradizione di parecchie famiglie.
Ma noi difendiamo la vita e perciò la nostra alimentazione è “cruelty free”: a difesa, cioè, di queste incolpevoli creature che una volta nate vengono strappate alle loro madri e macellate in tenerissima età. Non solo non vogliamo più sentire il loro straziante pianto, ma sulle nostre tavole non dev’esserci neppure un animale “alternativo”: forse non susciterà la stessa tenerezza di un agnellino, ma ha i suoi diritti e la vita di ognuno di loro è sacra quanto la nostra.
La buona e sana cucina vegana, quindi, è in grado di sostituire qualsiasi pietanza come in questa ricetta: la deliziosa pastiera napoletana, tipico dolce di Pasqua.

VeganOK_logoPASTIERA AL FARRO 2.0
(ricetta tratta da → veganblog.it)

Ingredienti per la pasta:
• 150 gr. di farina di farro
• 100 gr.di farina integrale
• 80 gr. di zucchero di canna
• 40 gr. di cacao amaro in polvere
• 1 pizzico di lievito per dolci
• Vanillina
• Aroma d’arancia
• Latte vegetale (riso/soia)

Ingredienti per la crema:
• 250 gr. di tofu al naturale
• 300 gr. di farro cotto
• 4-5 cucchiai abbondanti di zucchero di canna
• Albicocche disidratate a pezzetti
• 1 scorzetta di limone
• 1 scorzetta d’arancia
• Aroma d’arancia
• 1 pizzico di sale

Impastate gli ingredienti per la base (unite prima tutti quelli secchi), formate un panetto, avvolgetela con l’apposita pellicola e fatela riposare per almeno 1 ora.
Ricordate di lasciare da parte un po’ di pasta che servirà a creare le losanghe (striscioline che serviranno per ricoprire la pastiera come una crostata).
Mettetela in una teglia per crostate.
Mentre riposa, preparate la crema: unite al farro cotto il tofu frullato, lo zucchero di canna, le albicocche a pezzetti e gli aromi.
Versate la crema ottenuta sopra l’impasto base, coprite con le losanghe, infornate a 200° per 35-40 minuti.


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