Attenzione a quelle tre

È online l’ultimo numero della nostra rivista “La Voce dei Senza Voce” n. 108 inverno 2017 con i contributi di: Gian Marco Prampolini, Bruna Monami, Francesca Di Biase, Piero M. Bianchi, dalle sezioni: Milano, Modena, Napoli, Ferrara, Isole Tremiti, Cremona, Reggio Emilia, Como-Lecco. Buona lettura.

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cover_VOCE_108L’articolo del dott. Pietro M. Bianchi
medico veterinario
Clinica Sempione Milano, 02 33605150
dott. Bianche e dott. Dominione

Le sigle FeLV, FIV e FIP indicano tre pericolose infezioni che possono mettere a repentaglio la salute dei nostri gatti. Scopriamo in dettaglio di che cosa si tratta e come evitarle.

Se il nostro micio è solito uscire di casa, potrebbe più facilmente venire in contatto con i propri simili. I rapporti con gli animali randagi e con quelli che conducono un’esistenza semi-libera, però, possono favorire la trasmissione di alcune malattie infettive, tra le quali assumono oggi particolare importanza la leucemia felina, la sindrome da immunodeficienza e la peritonite infettiva, tre infezioni che costituiscono un pericolo molto serio per i nostri beniamini a quattro zampe. Recenti studi epidemiologici, infatti, hanno messo in luce come un gatto su tre, tra quelli che sono soliti vivere all’aperto, siano portatori di almeno una delle patologie citate. Come si trasmettono tali affezioni? Quali sono i sintomi che le contraddistinguono? Esistono delle cure? È possibile prevenirle? Cerchiamo di rispondere a queste domande in maniera esauriente.

gattile_RinaLa leucemia felina

Il virus della leucemia felina (FeLV, dall’inglese Feline Leukemia Virus) è in numerosi Paesi una delle più frequenti cause di morte tra i gatti. Una ricerca condotta in Europa una ventina di anni fa ha evidenziato come, su diverse migliaia di animali esaminati, una percentuale compresa tra il 10% e il 20% fosse risultata positiva al test specifico. Il microrganismo si trasmette da gatto a gatto soprattutto mediante la saliva (morsi, condivisione delle ciotole), ma anche tramite tutte le altre secrezioni (urina, lacrime, starnuti, latte, rapporti sessuali e così via) e nel momento in cui penetra nell’organismo felino, si possono verificare tre diverse eventualità: un’infezione lieve e latente, che conduce spesso a una risposta immunitaria in grado di proteggere l’animale per tutta la vita (40% dei casi; l’animale resta, però, sieropositivo e funge da diffusore del virus); la mancata infezione (30% dei casi); lo sviluppo della patologia, che determina il manifestarsi dei sintomi in un tempo variabile compreso tra i tre mesi e i tre anni (30% dei casi).
I segni clinici possono essere diversificati e comprendono forme tumorali o degenerative, senza contare le complicanze patologiche legate all’azione immunosoppressiva del virus. Le malattie tumorali, a loro volta, vanno distinte in linfosarcomi (tumori solidi a carico dei singoli organi) e forme leucemiche diffuse (coinvolgimento delle cellule del sangue). Il gatto malato può presentare episodi febbrili, deperimento, scarsi appetito e vivacità, infezioni secondarie allo stato di immunodepressione. La diagnosi viene effettuata mediante specifici esami del sangue, eventualmente corredati (più che altro per valutare la gravità del problema) da ulteriori analisi collaterali.

La sindrome da immunodeficienza dei gatti

Il virus dell’immunodeficienza felina (FIV, dall’inglese Feline Immunodeficiency Virus) è strettamente imparentato con quello dell’Aids dell’uomo (HIV, dall’inglese Human Immunodeficiency Virus). Possono essere colpiti gatti di qualunque razza, sesso ed età: veicoli di contagio sono, così come per la leucemia felina, le secrezioni corporee. L’animale malato sviluppa nella maggior parte dei casi una serie di sintomi legati all’abbassamento delle difese immunitarie: il segno iniziale è una febbre transitoria, accompagnata ad aumento di volume delle ghiandole linfatiche.
Gli aspetti più gravi della malattia, tuttavia, emergono di solito a distanza di parecchio tempo (mesi o addirittura anni) dal contagio e consistono in episodi febbrili reiterati, dimagramento, progressivo deperimento organico, debolezza, anemia, aumento di volume dei linfonodi e così via.
A questi sintomi possono aggiungersi infezioni croniche recidivanti secondarie (causate da batteri, che approfittano della situazione per colonizzare i vari distretti dell’organismo, o da virus, non ultimi quelli della leucemia e della peritonite), che possono interessare numerosi organi e apparati (specialmente la bocca, le vie respiratorie, la pelle e il sistema nervoso) per poi regredire (apparente guarigione clinica) con trattamenti antibiotici e riemergere nel giro di breve tempo. La diagnosi della malattia viene formulata dal veterinario sulla base dei risultati di specifiche analisi del sangue.

La peritonite infettiva

Il virus della peritonite infettiva felina (FIP, dall’inglese Feline Peritonitis Virus) può colpire, come i precedenti, qualunque gatto e si trasmette allo stesso modo, cioè mediante le secrezioni organiche. La sua diffusione è soprattutto presente nelle comunità feline, ma ciò non significa che i mici di casa ne siano esenti.
Dopo un lungo periodo d’incubazione (mesi o anni), la malattia può manifestarsi in due modi: la forma umida e quella secca. Nel primo caso si hanno versamenti addominali e/o toracici: caratteristica è l’ascite (presenza di liquido, talvolta anche molto abbondante, nella cavità addominale), che conferisce al gatto malato un profilo alterato da un innaturale gonfiore del ventre; altrettanto peculiare è la raccolta di liquido nella cavità toracica, con conseguenti segni di difficoltà respiratoria. Nel secondo caso, invece, si ha interessamento a carico dei più disparati organi e apparati (tra cui soprattutto l’occhio, il sistema nervoso e il rene), che vengono coinvolti dallo sviluppo di lesioni di tipo granulomatoso. L’evoluzione dell’infezione è in genere rapida e fatale. La diagnosi viene messa in atto dopo l’esecuzione di accertamenti di vario genere.

Cura e prevenzione

I tre virus descritti sono patogeni solo per la specie felina: non esistono quindi rischi di alcun genere per la salute umana o per quella di animali di altre specie che convivono con i gatti malati. Nonostante l’interferone felino (una molecola anti-virale di recente introduzione in Italia) si sia talora rivelato utile per attenuare i sintomi, non esistono in realtà protocolli curativi efficaci contro le tre infezioni e l’arma più efficace è dunque quella della prevenzione.
Mentre per la leucemia felina esiste un vaccino (da iniettare un paio di volte nei gattini e da ripetere una volta all’anno per tutta la durata della vita negli adulti), contro la sindrome da immunodeficienza e la peritonite infettiva gli scienziati non sono stati ancora in grado di allestire un preparato immunizzante efficace.
Per questo è raccomandabile, allo scopo di evitare rischi di qualunque genere, vietare ai gatti d’appartamento di uscire di casa, impedendo loro di vagabondare e di venire in contatto con animali di ignota provenienza.


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LEAL in piazza: reportage del 10 ottobre Giornata per i Diritti degli Animali

Una giornata importante dedicata ai diritti animali. Anche LEAL era in piazza per TUTTI LORO, a qualsiasi specie appartengano. Speriamo di avere lasciato un segno in qualcuno che passava veloce scansando i fiocchi di neve per tuffarsi nella suggestione dell’imminente Natale.

giornata internazionale diritti animali 2017 courtesy bruno stivicevic 2Tra le pellicce e le troppe finiture e bordure di vera pelliccia animale, abbiamo mostrato le immagini dell’industria della pelliccia, distribuito i volantini per una scelta vegan, parlato degli orrore della vivisezione e della crudeltà del circo con animali. Grazie a chi ha firmato le petizioni e ritirato il nuovo numero della nostra rivista, ai sostenitori di LEAL che sono passati per un saluto e per amicizia. Un ringraziamento speciale a Bruno Stivicevic, attivista e autore del bellissimo reportage fotografico, e agli attivisti che sono arrivati da Milano e provincia ma anche da altre città e sono stati con noi.

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(Foto courtesy Bruno Stivicevic)


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I numeri della vivisezione

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cover_VOCE_108L’articolo di Bruna Monami
vicepresidente LEAL

Il Ministero della Salute ha pubblicato nella Gazzetta Ufficiale i dati relativi al numero di animali utilizzati in Italia ai fini scientifici, nell’anno 2015 (17A02800) (GU Serie Generale n.95 del 24-04-2017):

581.935 ANIMALI (al loro primo utilizzo) SONO STATI USATI IN ITALIA NELL’ANNO 2015.

Questi numeri già esorbitanti sono in realtà non del tutto veritieri poiché, come stabilito dalla direttiva 2010/63/UE sulla protezione degli animali utilizzati a fini scientifici, non sono rendicontati gli animali “sentinella”, animali soppressi al solo fine di ottenere organi o tessuti e le forme fetali ed embrionali di specie di mammiferi.

MONAMI_tabella_vivisezione_ridI più utilizzati sono stati come sempre i topi e i ratti, seguiti da porcellini d’india e conigli. Topi e ratti sono i più utilizzati per ragioni pratiche, sono a basso costo, più facili da maneggiare e stabulare. Non possiamo fare a meno di pensare che molti di questi animali vivono con noi nelle nostre case e sono compagni di vita.
Alto rimane anche il numero dei cani: 540.
Gli utilizzi di animali nelle procedure effettuate nel 2015 sono stati 586.699, quasi 5.000 in più del numero degli animali indicati come primo utilizzo, il numero comprende sia gli animali “naïve” che quelli riutilizzati. Esaminando le tabelle che compongono il documento ufficiale sono molti i dati che fanno riflettere.

Finalità delle procedure

Rileviamo che 218.615 animali sono stati utilizzati nelle procedure che riguardano la ricerca di base che NON prevede alcun obbligo di legge. Come afferma il professore Thomas Hartung, già direttore dell’Ecvam e oggi Faculty Directory alla Johns Hopkins Bloomberg University negli USA, afferma che “La legislazione per gli animali da laboratorio è il parco giochi dei ricercatori”.
Dai numeri riportati emerge che 8.910 topi sono stati utilizzati per il mantenimento di colonie di animali anche geneticamente modificati. In questi animali vengono inseriti geni che portano le informazioni della malattia, la metà degli embrioni muore durante la gestazione, quelli che nascono non portatori della malattia vengono soppressi. Anche dopo la nascita sono sottoposti a sofferenza quotidiana per la loro fragilità e la sensibilità dovuta alla malattia di cui sono portatori.
Leggendo i dati riportati sotto la dicitura “PE40- Protezione dell’ambiente naturale, nell’interesse della salute o del benessere degli esseri umani o degli animali” troviamo il numero 76. Questo vuol dire che nonostante venga affermato che la vivisezione serve alla specie e alla protezione dell’ambiente sono state effettuate a tale scopo non più di 76 procedure su 586.699.

Gravità delle procedure

vivisezione_scimmiaUna tabella fornisce una panoramica sul livello di gravità delle procedure (non risveglio, lieve, moderata, grave) e indica, per ogni specie, il numero di utilizzi, tenendo conto sia degli animali al primo utilizzo, sia di quelli riutilizzati. Gli animali soppressi risultano essere 37.546 (non risveglio). Circa 280.000 le procedure classificate come “moderata” e “grave”. Queste sono procedure che provocano angoscia e dolore prolungati e possono comportare il non ricorso all’anestesia.
Dalle sintesi non tecniche dei progetti possiamo capire cosa si intenda per “sofferenza moderata”: induzione di metastasi; dolore e disagio associato alla chirurgia, complicazioni come edema ed emorragia, deficit motorio; parziale paresi delle zampe anteriori e posteriori che può compromettere attività motoria, alimentazione e idratazione degli animali; ulcere; ferite; disidratazione; anoressia; perdita di peso; respirazione difficoltosa; dispnea; tachipnea; crisi epilettiche anche gravi che potrebbero portare al decesso naturale; danno spinale procurato con lesione chirurgica con conseguente paralisi dell’animale, dopo il risveglio dell’animale verranno eseguiti test comportamentali; insorgenza di sintomi dolorifici non controllabili con farmaci analgesici, sofferenza moderata persistente di lunga durata (3 mesi).
Come è possibile leggere nelle sintesi solo in alcuni casi si annuncia che sarà messa in atto una terapia del dolore post-operatorio, infatti non esiste obbligo di intraprendere la terapia del dolore dopo gli interventi chirurgici. È il veterinario incaricato che decide se procedere in questo senso in caso di bisogno.

Animali utilizzati in base all’origine

Dai dati riguardanti le procedure, rileviamo i numeri degli animali utilizzati in base all’origine (esclusi i primati non umani): 544.052 nati nell’UE presso allevatori registrati; 35.311 nati nell’UE presso allevatori non registrati; 1.167 nati nel resto d’Europa; 1.181 nati nel resto del mondo.
Tra questi troviamo 187 cani nati in UE presso allevatori registrati e 353 nati nel resto del mondo. Primati non umani in base all’origine: 4 nati da allevatore registrato nell’UE; 112 nati in Asia; 108 nati in Africa.

Valori del mercato

I numeri altissimi di animali impiegati ci danno dimostrazione che intorno alla vivisezione esiste un grande giro di affari. Ci sono allevatori (anche non registrati), manutentori, trasportatori e non solo. Un giro economico stimato in più di 600 milioni di euro in Europa e 2,5 miliardi di euro nel mondo ogni anno (Claude Reiss, presidente di Antidote Europe).

E migliaia e migliaia di animali continuano ad essere sacrificati sull’altare di una scienza vecchia e imprecisa. I numeri fortemente sottostimati sono questi: più di 600.000 animali usati in Italia; 12 milioni di animali nell’Unione Europea; 400 milioni nel mondo; più di 600 laboratori in Italia dove viene usato il modello animale. L’unico modo per superare i limiti della vivisezione e dell’uso del modello animale rimangono i metodi sostitutivi. LI CHIAMIAMO SOSTITUTIVI E NON ALTERNATIVI PERCHÉ NON DEVONO ESSERE USATI IN ALTERNANZA MA DEVONO ANDARE A SOSTITUIRE I METODI OBSOLETI ANCORA IN USO.
Urgono sovvenzionamenti pubblici per istituire corsi per giovani ricercatori che non usino il modello animale e servono metodi nuovi validati in tempi brevi affinché sia possibile renderli obbligatori. Solo in questo modo la scienza potrà fornire risultati validi per l’uomo ottenuti in modo etico salvaguardando gli animali.
La scienza va avanti, ai ricercatori va il compito di saper cogliere le opportunità che offrono i metodi sostitutivi messi a punto da scienziati. Il progresso della scienza è nelle loro mani e nei nuovi metodi di ricerca che non sacrificano animali inutilmente e riescono a dare risposte sicure per l’uomo.

Fonti:
→ Gazzetta Ufficiale (a)
→ Gazzetta Ufficiale (b)

Dal canto suo LEAL continua a finanziare borse di studio per ricercatori che non usano il modello animale, come quella all’Università di Genova.

Puoi aiutarci in questo progetto con una → donazione. Grazie.


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LEAL torna ad Amatrice: la sezione di Ferrara consegna cibo e coperte

Stefania Corradini, responsabile LEAL Ferrara, e le volontarie della sezione hanno noleggiato un furgone che ha permesso a Kiki di consegnare a una volontaria di riferimento, direttamente ad Amatrice, nella giornata di venerdì 8 dicembre, cibo e coperte per cani e gatti ancora liberi sul territorio devastato dal terremoto.

Vi riportiamo quanto ha scritto Kiki al suo ritorno perché è lei che può raccontare meglio di chiunque altro questa esperienza così forte e toccante. I volontari del posto ci hanno fatto richieste anche di fieno e fioccato per mucche cavalli e pecore: Stefania con le amiche di LEAL si sta già organizzando per recuperare quanto richiesto e anche altro cibo e coperte.

REPORTAGE DELLA NOSTRA AMICA KIKI AD AMATRICE
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8 Dicembre 2017 ore 6.00 si parte da Ferrara. Vedo l’alba, è tanto che non vedevo nascere il sole… che bella giornata che ci aspetta, stiamo andando ad Amatrice. Un’ora, due, tre, si avvicina l’arrivo e spunta il mare: che spettacolo immenso, calmo, silenzioso… Silenzio, tanto silenzio ecco cosa sento, silenzio, il cuore si ferma, vedi tante cose in tv suoi giornali ma gli occhi e il cuore vedono ben altro. Una strada e ai lati i paesi, le case vuote di vita, distruzione, macerie e le poche case non cadute spettrali, finestre aperte buie, niente nessuno solo il silenzio… mamma mia… Amatrice, siamo arrivati. Nostro compito portare aiuti agli animali, cani, gatti. Ci viene incontro Paolo sorridente con un amico, ci fa strada, ci accompagna e aspetta che arrivi Claudio per portarci al magazzino dove depositeremo la pappa e le coperte, persone con tanta dignità, gentili, cordiali, ospitali, che vivono in roulotte e dentro i container e sono rimasti perché hanno gli animali, mucche, cavalli, cani, gatti. Sorridono, ci ringraziano, ci accolgono in casa e ci offrono caffè e torta fatta in casa. “Come state? Come siete messi?”. Le risposte? Fanno male, fanno arrabbiare, fanno urlare di rabbia… ma tutta questa meravigliosa esperienza fa bene al cuore, lo riempie di calore, di buono, di voglia di aiutare, di tornare di ascoltare e parlare, di far parte anche se in piccola parte di quello che vivono del loro dolore e voglia di reagire e continuare a vivere, anche se abbandonati da istituzioni e da chi ha promesso invano. Sono tornata con il cuore pieno. GRAZIE LEAL PER AVERMI DATO QUESTA OPPORTUNITÀ, GRAZIE STEFY E GRAZIE RAGAZZE.

Stefania e le volontarie di LEAL sezione di Ferrara ringraziamo Kiki, preziosa e grande amica.

LEAL Ferrara e Bologna
Stefania Corradini
mob. 349.4021232
lealferrara@libero.it


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LEAL sostiene e condivide la petizione “Via i pesci dall’acquario di Fazio” e consiglia la lettura di “Pesci liberi acquari vuoti” di Annamaria Manzoni

La petizione aperta sulla piattaforma Change.org “Via i pesci dall’acquario di Fazio” (→ a questo link) ha raggiunto subito quasi duemila firme.

acquario che tempo che faL’acquario, con tanto di pesci prigionieri infatti è ancora in trasmissione dopo le polemiche scatenate dalla lettera aperta inviata al conduttore da Renata Balducci, Presidente di AssoVegan, e dai tanti dissensi espressi dal web. La TV di Stato di fatto dimostra zero attenzione a messaggi di rispetto verso ogni forma di vita anzi con questo acquario/prigione equipara degli animali senzienti ad oggetti di arredo.

Un articolo della psicologa Annamaria Manzoni “Pesci liberi acquari vuoti” (leggi sotto) è il perfetto compendio a questo argomento e sottolinea e spiega l’indifferenza umana nei confronti della fauna ittica. Lo scritto è di fatto un sentito manifesto a difesa degli abitanti del mare costretti in acquari, delfinari, circhi acquatici. Una lettura consigliata e soprattutto da diffondere ai troppi genitori e insegnanti che sono ancora convinti di contribuire alla conoscenza e formazione dei bambini accompagnandoli ad osservare creature confinate in tinozze di vetro, che se libere come giustizia vorrebbe godrebbero di ampi spazi e di ore di movimento, esplorazione e gioco.

 Pesci liberi acquari vuoti 

I ricorrenti dibattiti sull’opportunità di aprire nuovi acquari e gli ampliamenti di quelli già esistenti (Cagliari, Roma…) sono l’occasione per alcune riflessioni su queste strutture e soprattutto sui loro inquilini, strutture presenti in gran numero sul territorio nazionale: dal più antico, che è quello di Napoli, al più celebrato, quello di Genova, inaugurato nel 1992 con la benedizione architettonica di Renzo Piano, e divenuto indiscusso polo d’attrazione della città, meta turistica, occasione di gite, soprattutto scolastiche, ma non solo.

Gli animali, ospitati secondo la terminologia in uso, imprigionati secondo un approccio più rispettoso della realtà che passa anche da un uso più corretto del linguaggio, possono essere i più disparati: pesci marini, pesci d’acqua dolce, animali provenienti da foreste pluviali, squali, delfini, tartarughe, foche, pinguini, anfibi, rettili.

Andando diritti al cuore del problema, non si può che affermare che gli acquari sono il corrispettivo acquatico degli zoo: luoghi dove animali provenienti da luoghi diversi, in genere abituati a grandi spazi e a una vita di relazione articolatissima, vengono costretti in ambienti minuscoli, a rapporti intraspecifici del tutto falsati, a ritmi quotidiani estranei alle loro esigenze di specie. Il motivo della loro cattura e della loro riduzione in cattività è uno e uno soltanto: un business che può assumere dimensioni stratosferiche, dal momento che gli animali sono lì per fare arricchire qualcuno e lo scopo è in genere raggiunto.

Ammetterlo però non sta bene e quindi la realtà viene nobilitata con motivazioni riferite per esempio all’educazione dei bambini, che ne sono i fruitori principali, i quali, a dire degli organizzatori, possono fare percorsi interessanti tra divertimento, conoscenza e cultura del mare.
Varie sono le considerazioni: una attiene a ciò che i bambini, spesso in gita scolastica, (non)imparano: è sufficiente osservarli, mentre passano davanti alle vasche, soffermandosi in genere non più di qualche secondo, e ignorando le informazioni fornite dai cartellini esplicativi. È un po’ come essere in un grande luna-park, sfavillante di colori, attrattive e sollecitazioni visive, oltre che, ahimè per gli animali, sonore.

L’attenzione, per quanto fuggevole, è attratta dall’aspetto degli animali, dai loro colori smaglianti, dalle forme inusuali, da grandezze fuori dal comune, da movenze curiose. L’unica vera domanda, quella che si faceva Bruce Chatwin quando soffriva l’intollerabilità del suo essere lontano da dove desiderava, sarebbe “Che ci fa lui qui?”, ma non è contemplata tra quelle potenziali da proporre ad insegnanti e genitori: i bambini in grado di formularla sono davvero pochi, solo quelli dotati della capacità di posizionarsi fuori dal coro, in grado di non farsi inserire come tesserine nel mosaico preparato dai grandi, e di guardare invece la situazione dal di fuori, da una postazione critica che consente di vedere che il re è nudo: lì quegli animali non dovrebbero proprio starci, perché nessuno di loro è fatto per vivere in cattività, negli spazi ristretti a disposizione.

Gli adulti, se fossero in grado di accoglierla quella domanda, i bambini all’acquario non ce li avrebbero nemmeno portati, quegli adulti la cui autorità non è certo facile contrastare, perché sono loro che decidono cosa è bene e cosa no, cosa va fatto e cosa no, sulla scorta di una facoltà discriminatoria tra bene e male autoattribuita, tanto difficile da mettere in discussione soprattutto da chi, in virtù dell’età, possiede se mai solo la capacità di esternare con semplicità un vissuto interiore, che si nutre non di argomentazioni complesse, ma di identificazione empatica con quell’altro lì di fronte, chiuso nella vasca, capacità spesso incapace di tradursi in parole.

Per rendersi conto di cosa sono veramente gli acquari, risulta esemplificativa la situazione di uno degli animali più amati, il delfino: gli studiosi ci dicono che questi mammiferi, quando sono in libertà, passano l’80% del loro tempo sotto la superficie delle acque, giocando, esplorando, cacciando: sono animali liberi, che amano le profondità dell’oceano che scandagliano anche a 200 metri di profondità; negli spazi dei delfinari l’80% del loro tempo lo devono invece passare in superficie, costretti a giocare a palla o a girare in tondo magari in mezzo al ritmo di una musica assordante; la discesa nell’acqua non supera i 2 metri di profondità: sarebbe come per un uomo restare in ascensore spiega in modo efficacissimo Mark Hawthorne [Bleating hearts, Changemakers books 2013], sconvolgente esperienza claustrofobica per chiunque di noi. Ma preferiamo vivere di rappresentazioni anziché di verità: e allora nel nostro immaginario il delfino continua ad essere quell’animale gentile sdoganato da tanta filmografia di cui il film Flipper [regia di Alan Shapiro 1996; remake de Il mio amico delfino, regia di James B. Clark 1963] è solo l’esempio più eclatante, che consideriamo felice mentre compie irragionevoli acrobazie perché sorride con un sorriso che è in realtà il più grande inganno della natura [la definizione è di Richard O’ Berry]: frutto della sua conformazione mascellare che dà forma ad una sorta di smorfia, ci ostiniamo a interpretarlo come reazione di serena contentezza alle nostre assurde richieste. Ma sereni i delfini in cattività non possono proprio esserlo: animali molto intelligenti, veloci, dotati di autocoscienza, sono consapevoli delle circostanze in cui si trovano, e della propria condizione di prigionia; la ripetitività degli elementi stressanti li rende più vulnerabili alle malattie e li induce a volte a comportamenti aggressivi auto o etero diretti.

Non è un animalista visionario, ma il famoso oceanografo Jacques Cousteau a etichettare come suicidario il comportamento di uno di loro che costringeva in un acquario e che morì picchiando il cranio contro i bordi della struttura: fu suo figlio Jean-Michel a parlare di suicidio puro e semplice e ad affermare “Abbiamo ucciso un delfino disperato con i nostri maltrattamenti e la nostra indifferenza”. In modo non diverso si esprime Ric O’Barry, colui che catturò e istruì i cinque delfini della serie Tv Flipper, trasmessi con grande successo tra il 1964 e il 1967: racconta di come una di loro, Kathy, decise deliberatamente di non respirare più e di morire “Uso la parola suicidio con trepidazione, ma non conosco altra parola per definire quello che ho visto” [Richard O’ Berry, Dietro il sorriso dei delfini, Edizioni Sonda 2014]. Ric trasformò il senso di colpa conseguente alla consapevolezza di tanto male fatto a questi animali fondando il Dolphin Project, in loro aiuto e difesa. Se il suicidio è un’evenienza assolutamente drammatica quando coinvolge un umano, perché testimonia di una vita talmente insopportabile da rinnegare se stessa, quando messo in atto da un animale annichilisce: perché loro, anche più di noi, appaiono immersi nella propria natura corporea, indifesi come bambini, laddove noi adulti possiamo avere a disposizione meccanismi complessi di difesa e sublimazione del dolore.

A tutto ciò si aggiunga che sulla cattura dei delfini degli zoo acquatici arrivano informazioni che la connettono a quelle forme di caccia immortalate nel documentario The Cove, conosciute in tutto il mondo grazie alla diffusione delle immagini di un mare insanguinato e di un orrore senza fine, per il quale il linguaggio a volte non possiede parole esplicative: in quelle immagini si trova la misura definitiva di ciò di cui stiamo parlando, in quel sinistro fascio di luce gettato sulla realtà degli acquari. Come sempre, un provvidenziale meccanismo di negazione ci protegge dall’ammettere ciò che sarebbe fonte di angoscia inesauribile: quindi: non è vero niente. Tutto grazie ad un sano negazionismo in grado di farci ignorare i peggiori crimini quando non abbiamo i mezzi per giustificarli.

Ancora a lungo si potrebbe parlare degli zoo acquatici, con descrizioni di altri grandi cetacei quali le orche: è comunque sufficiente raccontare che la cattura avviene dopo che gli animali, una volta individuati in gruppo dagli aerei, vengono spinti dalle barche in luoghi chiusi mentre pescatori subacquei usano esplosivi per spaventarli; vengono poi bloccati in grandi reti, legati alle barche, trascinati a riva, messi nei container e trasportati fino ai luoghi della loro cattività, dove il viaggio termina per sempre: ciò al netto di quelli che succede rimangano impigliati nelle reti come fu per un cucciolo durante la cattura di ben 80 orche nel 1970 a Penn Cove, che morì insieme alla madre la quale tentava di soccorrere il suo piccolo in agonia. Anche delle orche non si può che ricordare che soffrono depressione, noia, decadimento fisico, stress: come potrebbero non farlo se, fatte per coprire giornalmente distanze di 160 km, una volta inserite negli acquari sono costrette in spazi che definire tinozze è tutto ciò che si può fare? Bisognerebbe forse anche cominciare a chiedersi il motivo per cui in cattività vivono, o meglio sopravvivono, una media di 13 anni a fronte dei 60 per i maschi e 90 per le femmine quando sono in libertà. Per altro è estremo insulto alla loro natura l’essere chiamate balene-killer, in quanto in natura non hanno mai ucciso nessun uomo e solo in cattività lo fanno: si tratta delle conseguenze omicide stimolate dalla prigionia, che induce iperaggressività e persino automutilazione: come è possibile non fare il collegamento?

Ma se sono i grandi cetacei le maggiori attrazioni degli acquari, non è meno infelice la sorte di tutti gli altri esseri acquatici lì imprigionati: purtroppo la sorte dei pesci in generale sta molto poco a cuore anche a chi è solito preoccuparsi di non umani: li sentiamo in qualche modo ancora più diversi perché vivono in acqua e questo segna un’ulteriore lontananza da noi, che siamo terrestri per definizione, e che pure tanto li invidiamo da sforzarci di imitare la loro capacità di muoversi immergendosi e solcando le acque, senza riuscire ad eguagliare neppure il più sparuto di loro. E poi, ahimè, sono muti, muti come pesci per l’appunto: e questo sembra favorire ai nostri occhi un’ulteriore svalutazione: oltre al fatto che “È perché sono muti che gli animali non ci dicono male parole”, come dice uno di quegli enormi conoscitori dell’animo umano che sono i bambini di Napoli intervistati da Marcello D’Orta [Marcello D’Orta, Nessun porco è signorina, Mondadori 2008], molto più capace degli adulti di cogliere la portata del male che anche ai pesci siamo tanto bravi a fare, impassibili davanti al loro dolore che è muto.

Insomma se c’è una cosa di cui non sentiamo il bisogno è un altro acquario; se da un lato non si può che inorridire al milione di visitatori annuali attesi all’Eur, che avrà così un rinnovato fascino e si trasformerà in area ad alta vocazione turistica, c’è da essere grati a nome di tutti gli animali acquatici per la presa di posizione di chi vi si oppone: ma bello sarebbe che le motivazioni non fossero solo quelle della sostenibilità ambientale ed economica, ma prima di ogni altra quella dell’insopportabilità dell’ingiustizia inferta ancora una volta ad esseri che abitano i mari e le altre acque, che quelle acque amano e frequentano a giusta distanza da noi, una distanza in genere abissale, che qualche volta giocosamente accorciano incapaci di immaginare quanta volontà di sterminio riesca ad animarci.

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Nuova sezione LEAL Monza e Brianza

Gian Marco Prampolini e tutto il team di LEAL Lega Antivivisezionista danno il benvenuto alla nuova sezione di LEAL Monza e Brianza di cui è responsabile Giovanna Rossi, che già si occupa degli eventi speciali di LEAL.
Giovanna, vegana e attivista per i diritti degli animali, continuerà a dare un importante contributo alla causa e alla nostra associazione! Intanto è attiva la → pagina fb della nuova sezione.
Buon lavoro Giovanna!

LEAL sezione Monza e Brianza
Giovanna Rossi
mob. 346 6145821 dalle 15.00 alle 20.00
leal.monzabrianza@gmail.com

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10 dicembre Giornata internazionale per i Diritti degli Animali: LEAL si unisce ai milioni di persone nel mondo che chiedono libertà e giustizia anche per loro

Per celebrare la giornata internazionale vi aspettiamo al nostro tavolo informativo domenica 10 dicembre a Milano in piazza San Babila di fronte al negozio Sisley dalle 14.00 alle 19.00.

Giornata_Internazionale_Diritti_Animali

LEAL fa propria la frase della incommensurabile Marguerite Yorcenar: “Gli animali hanno propri diritti e dignità come te stesso. È un ammonimento che suona quasi sovversivo. Facciamoci allora sovversivi: contro ignoranza, indifferenza, crudeltà”.

Non ripeteremo mai abbastanza quanto sia fondamentale ricordare i diritti degli animali non umani: la data è stata scelta volutamente in concomitanza con la giornata mondiale per i diritti umani. I diritti non sono una coperta troppa corta e devono essere estesi a tutti i viventi.

Miliardi di animali uccisi e sfruttati nel mondo per la vivisezione, la carne, i derivati animali, l’abbigliamento, per le pellicce, i circhi, l’equitazione, i palii organizzati sfruttando varie specie animali, le corride e tauromachia, le feste religiose con sacrifici animali, cani e altri animali usati per pratiche belliche, sfruttati per il lavoro: asini, cavalli, buoi che trasportano pesi che li fanno stramazzare, scimmie costrette a raccogliere le noci di cocco che consumiamo in tutto il mondo, uccisi per i corni, le zanne o immobilizzati e torturati come gli orsi per estrarne la bile; corse in ippodromi, cinodromi, compreso sleddog; caccia, tiro al piccione (ancora praticato in Spagna e Portogallo), la falconeria, la pesca in mare e “sportiva”, sfruttati in contesti di zoerastia e in luoghi di detenzione purtroppo leciti quali zoo, acquari, delfinari e anche per pura crudeltà, sadismo e cattiveria come dimostra il nostro primo → Rapporto sul Maltrattamento Animale in Italia 2016 che riporta dalle cronache i casi di animalicidi, torture, sadismo, abbandono, trascuratezza inflitti agli animali non umani nell’arco dell’anno 2016. Nel gennaio 2018 uscirà anche il secondo rapporto riferito all’anno 2017. Sarà un utile strumento per fare pressioni sui legislatori per leggi più giuste e pene più severe.

LEAL si augura e si batte quotidianamente affinché sempre più persone pretendano giustizia e a ogni singolo animale abbia una vita libera e dignitosa.


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Sfoglia online l’ultimo numero della nostra rivista “La Voce dei Senza Voce” n. 108

È online l’ultimo numero della nostra rivista “La Voce dei Senza Voce” n. 108 inverno 2017 con i contributi di: Gian Marco Prampolini, Bruna Monami, Francesca Di Biase, Piero M. Bianchi, dalle sezioni: Milano, Modena, Napoli, Ferrara, Isole Tremiti, Cremona, Reggio Emilia, Como-Lecco. Buona lettura.

Sfoglia online → “La Voce dei Senza Voce” n. 108

 → ABBONATI ALLA NOSTRA RIVISTA “LA VOCE DEI SENZA VOCE” 

cover_VOCE_108L’editoriale di Gian Marco Prampolini
presidente LEAL

Cari soci e sostenitori,

sì una copertina sul circo per coinvolgervi: in effetti è un vero e proprio volantino da ritagliare e consegnare a chi ancora non conosce o non vuole credere a quelle angosce, torture e prigionia che gli animali subiscono dietro quel tendone pieno di luci e musiche. Abbiamo appena finito di subire la caccia con i suoi morti innocenti anche umani uccisi dall’arroganza di questi fucilieri assassini legalizzati nonostante la vergogna che rappresentano. Circo, caccia e tutte le altre grandi battaglie di civiltà che anche quest’anno ci hanno visto in prima fila nel cercare di salvare animali (mai troppi) da queste violenze. Leggerete di seguito anche del maxi allevamento in Emilia.
Un volantino quindi per portare dalla nostra parte qualcuno che prima di portare i figli al circo ha fatto in versamento a Telethon contribuendo alla vivisezione ed alla falsa scienza che ci vuole tutti cavie. Date retta al sottoscritto: fotocopiatelo, quel volantino. C’è ancora tanto da fare per migliorare il mondo.

Voglio farvi un piccolo regalo di Natale che pero durerà tutto l’anno. “I consigli dei veterinari”: a pagina 11 i nostri amici della Clinica Sempione a Milano ci aiuteranno a capire qualche diagnosi prima di consultarli.
Buone feste a tutti!

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L’Università di Ferrara apre gli stabulari al Senatore Lello Ciampolillo M5S su richiesta di LEAL

Lunedì 27 novembre, dopo sei mesi di trattative con richieste di incontro, accesso agli stabulari e accesso ai registri di carico e scarico degli animali detenuti, il Rettore Giorgio Zauli ha ricevuto presso i suoi uffici il Senatore Lello Ciampolillo accompagnato dal legale rappresentante di LEAL Lega Antivivisezionista Avvocato David Zanforlini e da Stefania Corradini, responsabile LEAL sezione Ferrara.

Universita_FerraraDurante l’incontro sono state ribadite da parte di LEAL e del Senatore Ciampolillo le rispettive posizioni antivivisezioniste per ragioni etiche e metodologiche, riuscendo a ottenere per il solo Senatore Ciampolillo, in virtù della sua carica istituzionale, l’accesso agli stabulari ma non ai registri. Gian Marco Prampolini, presidente di LEAL, in una nota dichiara di non capire le ragioni perché venga negato anche a un Senatore della Repubblica l’accesso ai registri dei laboratori che a differenza dei dati protetti dal segreto della ricerca dovrebbero essere consultabili, come già ribadito: i cittadini hanno diritto di sapere come vengono investiti i soldi pubblici!

LEAL sezione Ferrara
Stefania Corradini
lealferrara@libero.it


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Worldwide Fur Free Friday 24 novembre: tutto il mondo ha detto NO ALLE PELLICCE!

LEAL ha aderito e sostenuto il progetto di International Anti-Fur Coalition (IAFC): il WORLWIDE FUR FREE FRIDAY 2017. Leal sezione Pavia ha organizzato una protesta davanti alla pellicceria Annabella, dove Ugo Bettio, responsabile di sezione, e i volontari hanno volantinato e sensibilizzato le persone chiedendo di non scegliere e acquistare capi in pelliccia e materiali di origine animale.

LEAL FUR FREE FRIDAY 7LEAL FUR FREE FRIDAY 9LEAL FUR FREE FRIDAY 8Oltre 220 città nel mondo hanno manifestato contemporaneamente in uno dei più riusciti, importanti e significativi eventi della storia dei diritti animali. Centinaia di persone provenienti dai vari continenti sono state la voce degli animali abusati e straziati per la loro pelliccia: movimenti, associazioni e singoli attivisti hanno dato vita a cortei, sit-in, proteste e flash mob per dire basta al commercio di pellicce che purtroppo in molti Paesi sono ancora molto vendute.

L’obiettivo di questa importante giornata è stato quello di informare su cosa si cela dietro una pelliccia e frenarne gli acquisti proprio a partire dal Black Friday, una giornata dedicata ai saldi in previsione del Natale.

Il sostegno globale, la crescente consapevolezza delle persone, le azioni degli attivisti che svelano il vero volto delle pellicce e del loro commercio hanno portato a molte vittorie importanti, ma milioni di animali muoiono ancora nei modi più atroci per l’industria dell’abbigliamento e degli accessori e sono ancora molti gli allevamenti di animali uccisi per il loro pelo.

Grazie a tante persone di buona volontà è successa una cosa emozionante in tante lingue diverse ma con una convinzione comune

NO ALLE PELLICCE E STOP ALLA MORTE DI ANIMALI!

 
Leal sezione Pavia
Ugo Bettio
barrygs1200@gmail.com


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